Carissimi lettori,

su Libero di oggi sono apparse ben quattro lettere di lettori che criticano con indignazione il mio articolo sull’invidia sociale e sostengono la linea editoriale del giornale, peraltro perfettamente in linea con l’andazzo generale, basata sulla ricerca di privilegi indebiti la cui elargizione sarebbe la causa vera dei nostri problemi finanziari. L’avere rimesso in dubbio la fondatezza della tesi e la sua razionalità e avere suggerito che le motivazioni della crociata contro i privilegi altrui non fossero precisamente tanto nobili quanto ritenuto dai crociati hanno scandalizzato i molto benpensanti lettori.

Temo che la loro indignazione non riesca a sorprendermi. E’ difficile riconoscere che non elevati ideali di “giustizia sociale” e “moralizzazione della vita pubblica” siano alla base delle proteste. Tuttavia, per chiarire la mia posizione vorrei fare qualche precisazione. Il mio pezzo, malgrado il titolo ad esso affibbiato dal giornale, non aveva affatto l’obiettivo di difendere i privilegi (né di altri, né tanto meno miei) né di negarne l’esistenza. Chiunque l’abbia letto non avrà difficoltà a comprenderlo. Né credo che l’esigenza di moralizzare la vita pubblica sia infondata; non vivo su Marte e conosco abbastanza il generale malcostume.

Tuttavia, credere che sforbiciando qua e là piccoli o grandi privilegi si possa mantenere immutato il nostro welfare e la gigantesca inefficiente e costosissima pubblica amministrazione è privo di senso. Sostengo da sempre che lo Stato italiano non ha titolo per chiedere sacrifici a chicchessia perché non ha mai disposto di tante risorse come adesso. Spende più di quanto abbia mai speso e si guarda bene dal fornire quei servizi che ne dovrebbero giustificare l’esistenza. L’Italia non ha bisogno di manovre, ma di riforme: se non si riconduce lo Stato nel suo ambito, riducendone l’invadenza nella società e nella vita, neanche azzerando il reddito dei privilegiati si potranno risanare le pubbliche finanze.

Si cominci con l’alienare almeno parte dell’immenso patrimonio oggi detenuto dal settore pubblico, a cominciare dalla RAI e dalle troppe imprese di proprietà in tutto o in parte pubblica. Si riducano i livelli di governo locale, sono insensatamente troppi, si tagli drasticamente il numero degli enti centrali e locali che è indifendibile. Si riformi la previdenza che nella sua forma attuale versa in condizioni di bancarotta attuariale (il bilancio odierno dell’INPS è scarsamente significativo a fronte della crescita rapida del numero dei beneficiari ed alla diminuzione della popolazione di chi paga i contributi). Si riformi la sanità pubblica che, con la pretesa di dare a tutti, si guarda bene dall’offrire a chi non è in grado di pagarsela quell’assistenza sanitaria che promette, e che costa cifre astronomiche, favorisce la corruzione ed è soffocata da una ragnatela politico-burocratica gigantesca.

Tante altre riforme essenziali dovrebbero essere fatte, a cominciare dalla fine dei “trasferimenti alle imprese”, balzelli che gravano anche su chi non ha per sostenere i profitti di imprenditori inefficienti, cominciando con le sovvenzioni all’editoria che tengono in vita pubblicazioni senza lettori e foraggiano anche grandi quotidiani come il Corriere.

Si riformi ab imis il fisco, riducendo drasticamente le aliquote e abolendo le troppe scappatoie che consentono a troppa gente di farla franca. Non è difendibile un sistema fiscale con aliquote da confisca che rende pochissimo all’erario e di fatto divide gli italiani in due gruppi, evasori e tartassati, punendo il lavoro, il risparmio, l’investimento e la crescita economica.

Si vedrà allora, e soltanto allora, quanto grande sia la dinamicità della nostra economia, la capacità di sviluppo dell’Italia. Pensare che queste cose possano continuare a non essere fatte, che si possa continuare a difendere l’indifendibile esistente, soltanto perseguitando privilegiati veri o presunti, non è solo incomprensibile, è demenziale.

Antonio Martino, 15 giugno 2010