Aiuto! In Italia è tornato il fascismo

Nella convinzione che, forse, qualcuno dei frequentatori di questo blog possa trovarne interessante la lettura, posto questo altro pezzetto delle mie “memorie”, che temo non finirò mai di scrivere.

L’11 giugno 1994 m’insediai alla Farnesina, succedendo a Leopoldo Elia, ministro degli Esteri per i quindici giorni precedenti. Ho raccontato altrove perché, dopo essermi esposto nel corso della campagna elettorale come ispiratore del programma economico di Forza Italia, chiesi a Berlusconi di andare agli Esteri. Il fatto è che tenevo molto allora e ancora oggi alla mia credibilità di economista liberale. Convinto che in un dicastero economico sarei stato costretto a fare compromessi che avrebbero ridotto o annullato il patrimonio di affidabilità che avevo accumulato in molti anni di attività accademica, decisi che sarei stato lontano dai ministeri economici.

Anche se giocavo in casa – il ministero mi era noto sia perché avevo insegnato ai corsi di preparazione alla carriera diplomatica sia perché conoscevo molti diplomatici – mi resi subito conto che non avevo fatto una scelta priva di difficoltà. La prima, che per un paio di mesi m’impegnò a fondo, fu rappresentata dall’accoglienza riservata al governo Berlusconi non solo dal sinistrume italico ma anche da ambienti internazionali e non solo in Europa.

Lo stornello era ripetitivo: in Italia è tornato il fascismo. Perché la maggioranza include i rappresentanti di AN, erede del MSI, a sua volta erede del Partito Nazionale Fascista. Del resto, la nipotina del duce, Alessandra, non era stata eletta con AN? Come se non bastasse, era della partita anche Mirko Tremaglia che, avendo aderito (a 18 anni!) alla Repubblica Sociale Italia, era da considerarsi “repubblichino” e, quindi, fascistissimo.

Pochi giorni dopo, mi telefonò preoccupatissima Adriana Poli Bortone, ministro dell’Agricoltura. Doveva recarsi al vertice europeo dei ministri dell’Agricoltura che si teneva in Grecia, e il suo omologo greco era stato il più accanito critico del governo italiano, che riteneva fascista. La rassicurai, dicendo che l’avrebbero accompagnata alcuni diplomatici molto capaci. Quando tornarono, chiesi loro come fossero andate le cose. Risposero che non avevano dovuto fare nulla perché quando il ministro greco aveva incontrato Adriana, bella ed elegante, che si era rivolta a lui in greco, si era “sciolto come neve al sole”.

Avevo un sottosegretario di AN, il mio amico Enzo Trantino, che contribuì molto a dissipare il cliché che ci veniva affibbiato. Tuttavia, che le cose fossero messe male si capì da una serie di altri segnali.

Il primo fu offerto dal viceministro degli Esteri di Israele, Beilin, che dichiarò in un’intervista che Israele avrebbe dovuto interrompere le relazioni con l’Italia. Shimon Peres, ministro degli Esteri d’Israele, interpellato al riguardo, rispose: “Ci sarà pure una ragione per cui sopra un viceministro c’è sempre un ministro.”! Non sarò mai troppo grato a Shimon per quella risposta.

Ci fu poi il caso di Pinuccio Tatarella, vicepresidente del Consiglio, che, recatosi a Bruxelles per un impegno europeo, incontrò un parlamentare socialista di origine italiana, Di Rupo, che rifiutò di stringergli la mano. Tatarella, impassibile, gli disse: “Bravo, anche Mussolini aveva abolito la stretta di mano”!

Quanto a me, essendo l’Italia presidente di turno dell’INCE (iniziativa centro europea, una creatura di De Michelis, della cui utilità non ho mai visto prove), feci il passaggio di consegne con la contessa Margaretha af Ucclas, ministro degli Esteri svedese. Dopo l’incontro ufficiale, mi prese in disparte e, con grande serietà, mi chiese se avevamo intenzione di invadere la Slovenia. Risposi: “Veramente, avremmo pensato di invadere anche l’Austria”!

Andai poi in USA per una visita bilaterale col segretario di Stato Warren Christofer. Arrivato a Washington, l’ambasciatore Boris Biancheri, un gentiluomo e un diplomatico eccezionale, m’informò che le comunità ebraiche erano preoccupate del nuovo corso politico italiano. Aveva pensato di organizzare un incontro nel quale avrei potuto rispondere alle loro domande. Accettai con entusiasmo e l’incontro, cui parteciparono i presidenti delle maggiori comunità ebraiche, ebbe un tale successo che il loro presidente, al quesito di cosa pensasse alla luce dei nostri colloqui del nuovo governo italiano, rispose: “Questo è il governo più vicino a Israele che l’Italia abbia avuto”.

Né finì lì. A Londra, andai a incontrare Douglas Hurd, il mio omologo. Davanti al Foreign Office una dozzina o due di militanti della “Anti-Nazi League” mi accolsero con urla di “collaborator” (collaborazionista). Chiesi a Douglas dove avesse reclutato quelle comparse e perché ne avesse ingaggiato così poche!

Alla fine dell’estate tutto questo finì, anche se a settembre, mentre presiedevo l’assemblea parlamentare della CSCE (ora OSCE), tutte le domande erano incentrate sul fascismo tornato in Italia. Fu una grande frustrazione: aspettavo domande sulle attività della CSCE nelle aree di cui si stava occupando ed ero andato a Vienna con un gran numero di schede che gli uffici avevano preparato. Non ne usai nemmeno una; l’unica cosa che interessasse era sapere se il fascismo era tornato al potere in Italia!