Ancora sul futuro dell’Euro e dell’Europa

Vorrei tornare a occuparmi della moneta europea e del suo futuro. Sono dell’opinione che l’intera costruzione europea sia giunta a un punto di svolta: se ci si rende conto di avere marciato per troppo tempo nella direzione sbagliata e si agisce in conseguenza, l’ideale europeista sopravviverà; se, invece, si persiste nell’andazzo sin qui prevalso, l’UE e con lei l’ideale europeista saranno condannati a sparire.
La ragione è semplice: l’unione politica dell’Europa non è voluta (con la possibile eccezione del Lussemburgo) da nessuno degli Stati membri. Nessuno di essi, infatti, è disposto a rinunciare alla sovranità nazionale sulla politica estera e sulla difesa. Ora, nella storia plurimillenaria dell’umanità sono esistiti Stati senza scuole pubbliche, ospedali statali, pensioni pubbliche e via dicendo ma non è mai esistito in nessun paese al mondo uno Stato che non avesse una difesa e una politica estera. Questi due campi non rappresentano una parte dei compiti dello Stato, essi sono lo Stato!
Dal momento che nessuno Stato europeo è disposto a rinunciare alla sua sovranità in queste due materie, l’unione politica dell’Europa è impossibile. Dell’ideale europeista resta però sempre valida l’intuizione della necessità di garantire la libertà del commercio e il libero movimento delle persone e dei capitali fra le nazioni d’Europa. Le competenze europee, dunque, dovranno limitarsi a garantire queste fondamentali libertà, anche adottando di comune accordo dei meccanismi idonei allo scopo.
Ho in mente la “commerce clause” che attribuisce al Presidente degli USA il potere di impedire che i singoli Stati introducano impedimenti al commercio con gli altri Stati, erigendo barriere doganali, quote o altri ostacoli al commercio interno della federazione. Per l’Europa aggiungerei lo smantellamento della tariffa esterna comune, della politica agricola e della pletora di direttive inutili, insensate e ridicole che sono state introdotte nella errata convinzione che ci avrebbero resi più uniti. Nessuno ha mai chiarito perché adottare una targa automobilistica uguale per tutti gli Stati dovrebbe contribuire alla loro unione, e lo stesso vale per il preservativo “europeo”.
E la moneta comune? Dirò subito che la sua adozione, mentre ha dato un contributo dubbio al funzionamento dell’economia europea, ha anche prodotto molti danni che sarebbero potuti essere evitati. Si dirà che ormai esiste da oltre dieci anni e che rinunziarci sarebbe rischioso e costoso. Ciò è vero ma solo fino a un certo punto. Come sostenuto in varie occasioni, il ritorno alle monete nazionali creerebbe per ogni Stato due problemi da affrontare – la stabilità monetaria e l’equilibrio della bilancia dei pagamenti con gli altri Stati d’Europa – ma darebbe loro anche due strumenti di politica economica dei quali non dispongono adesso: la politica monetaria e le variazioni del cambio.
Queste ultime non vanno confuse con le “svalutazioni competitive”, che sono soltanto il vano tentativo di acquisire vantaggi commerciali rispetto a altri paesi, che provocano una risposta identica in un lungo circolo vizioso. Il cambio è il prezzo di una moneta in termini di un’altra e, come tutti i prezzi, il suo compito è di variare per garantire l’uguaglianza della domanda e dell’offerta di valuta, cioè l’equilibrio dei conti con l’estero. Se la banca centrale non interviene, acquistando o vendendo valuta, le variazioni di cambio realizzano l’equilibrio.
Ciò non significa che l’euro debba essere abbandonato, anche perché la gravissima crisi in cui sono precipitati molti paesi europei è di responsabilità più nazionale che europea. Se in Italia la spesa pubblica assorbisse il 30% del reddito nazionale, come negli anni ’50, l’economia potrebbe crescere anche col bilancio in pareggio. Dato, invece, che quel rapporto è prossimo al 55%, l’economia non può che recedere, con o senza il pareggio del bilancio, con o senza l’euro.
Il lettore avrà compreso lo spirito delle mie considerazioni: proprio dal momento che credo alla nobiltà dell’ideale europeistico, anche per ovvie ragioni genealogiche,  non voglio che gli euro-idioti ne distruggano la credibilità. Quanti credono nell’Europa devono avversare l’UE e quanto ha fatto per screditare l’Europa. L’alternativa, niente affatto remota, è che gli antieuropeisti stravincano, spazzando via anche quello che di buono c’è nella costruzione europea.