Arrivo a Chicago

Forse, i miei amici del blog potranno essere interessati al racconto del mio benvenuto all’università di Chicago. Eccolo.

Dopo aver vinto la borsa di studio e aver fatto male il TOEFL (esame d’inglese come lingua straniera), mi preparai all’idea di partire. La fondazione che mi aveva dato la borsa, convinta che non parlando bene l’inglese non avrei potuto seguire le lezioni, mi incoraggiò ad arrivare ben prima del loro inizio e di arrivare il primo settembre. Decidemmo, quindi, in tal senso.

Avevamo concordato che avrei passato il primo anno a Chicago e sarei andato a Harvard il secondo anno. Convinti che dovessi avere la possibilità di ammirare il paesaggio, mi sconsigliarono di andare in aereo da New York a Chicago e prenotarono il treno. La motivazione era certamente valida, ma non concordava col fatto che mi prenotarono una “sleeperette”, cioè una cuccetta!

Il viaggio a bordo della Michelangelo, durò otto giorni e fu memorabile. Arrivammo a New York il 30 agosto. La città sullo sfondo era assolutamente imponente, il traffico nel porto molto intenso ed ero eccitato di sbarcare nel Nuovo Mondo. Il passaggio della dogana, grazie anche all’assistenza dei funzionari della Harkness, fu rapido e privo di difficoltà. La sera andammo tutti prima in cima al grattacielo del Rockefeller Center per ammirare la città dall’alto, poi a cena all’Harvard club.

L’indomani sera, con le mie cinque valige, andai alla stazione con un taxi e m’issai sul treno. La sleeperette era un letto circondato dalle pareti; dopo aver quindi sistemato quasi tutto il bagaglio nel locale a ciò dedicato, non potendo sedermi sul letto in attesa della partenza del treno, andai alla vettura ristorante e bar. Ordinato un drink, accesi una sigaretta (bei tempi, quando rompere le scatole ai fumatori non era ancora di moda), riflettendo sulla situazione. Dopo di che cenai e mi misi a letto. A quei tempi – beata gioventù! – dormivo bene e feci le mie otto ore di sonno, il che mi diede il tempo di vestirmi prima dell’arrivo nella stazione di Chicago.

In Italia allora esistevano ancora i portabagagli e trovarne uno anche lì mi sarebbe stato prezioso, ma non ce n’erano e non fu facile portare tutte quelle valige dal treno fino all’uscita della stazione. Come Dio volle, ci riuscii e presi un taxi, diretto alla International House, la casa dello studente per stranieri della University of Chicago. Dopo un tragitto di quasi un’ora, arrivato e pagato il tassista, mi trovai con tutte le valige sul marciapiede di fronte all’ingresso.

Era il 1° settembre e indossavo un vestito di gabardine con cravatta nera a pallini rossi e fazzolettino dello stesso tessuto nel taschino. Faceva un caldo afoso intollerabile e sugli scalini dell’ingresso c’erano alcuni studenti per lo più di colore, scalzi e senza camicia. Nessuno di questi si offrì di aiutarmi col bagaglio e, in tre - quattro viaggi riuscii a salire le scale trasportando il bagaglio all’interno.

Non senza difficoltà capii dalla signorina al ricevimento che la mia stanza era al settimo piano, numero 742. Percorsi in più viaggi il corridoio col bagaglio fino all’ascensore; di fronte a questo c’era un negro molto simpatico che, alla vista di tutte quelle valige, mi chiese (lo dovette ripetere diverse volte) quanto a lungo mi sarei trattenuto. Gli risposi diciotto mesi e lui si offrì di farmi vedere dove dovevo mettere le valige, dopo averle disfatte.

Preso l’ascensore e arrivato al settimo piano, appena uscito incontrai un ragazzo di bassa statura che mi chiese cosa studiassi e quale fosse la mia camera. Alla mia risposta esclamò: “Strano! Anche l’anno scorso c’era uno studente di economia nella 742 e si è buttato dalla finestra!” Fu questo il mio benvenuto all’International House. Trovata la stanza e riuscito, dopo il consueto calvario, a introdurvi le valige, mi misi a sistemare la mia roba, non senza essermi prima tolto giacca e cravatta. L’operazione fu molto laboriosa ma, con l’aiuto di Dio, la completai in meno di due ore.

A questo punto, il problema che mi assillava era di mettere al sicuro i dollari che mi erano stati dati dalla fondazione. Mi serviva una banca e un conto corrente. Portai, quindi le valige vuote al pianterreno, dove il simpatico negro mi fece vedere dove metterle, e tornai dalla ragazza del ricevimento. La pregai di dirmi dove avrei potuto trovare una banca e, non riuscendo a capire la sua risposta, la pregai di scrivermene l’indirizzo, cosa che lei prontamente fece.