ASIMMETRIE IMPORTANTI

Angelo Panebianco, in un editoriale del Corriere (7 luglio), analizza una delle asimmetrie che favoriscono il “partito della spesa”: i beneficiari delle pubbliche spese sono relativamente pochi e, quindi, facilmente organizzabili, coloro i quali ne subiscono il costo sono molto più numerosi e inevitabilmente disorganizzati Questo spiega perché è relativamente facile accrescere le pubbliche spese (i potenziali beneficiari, essendo organizzati, esercitano una convincente ed efficace pressione a favore dell’aumento, mentre i contribuenti che ne sopporteranno il costo, essendo numerosi, non sono organizzati e non riescono a compiere un’efficace azione di contrasto all’aumento della spesa). Spiega anche perché sia così difficile ridurre le spese, una volta che siano cresciute: i beneficiari, organizzati, riescono a esercitare un freno efficace, mentre le vittime (i contribuenti) non riescono ad avere voce in capitolo.
Sono d’accordo con Angelo ma aggiungerei altre due importanti asimmetrie. Se i beneficiari della spesa pubblica sono pochi, ognuno di loro ha relativamente molto da guadagnare dall’aumento. Una crescita di sessanta milioni di euro che vada a vantaggio di sessantamila persone rappresenta un utile di mille euro a persona. Se il costo della decisione viene “spalmato” sull’intera collettività nazionale, ogni italiano subirà un danno di un solo euro. Nessuno fa le barricate per una perdita di un euro, ma molti sono disposti a battersi per ottenere mille euro in più. Lo stesso vale per la riduzione: le vittime otterrebbero solo un euro di vantaggio, i beneficiari subirebbero un costo di mille euro. Come sosteneva Vilfredo Pareto: “In queste condizioni, l’esito è indubbio, gli sfruttati subiranno uno smacco totale”.
Un’altra asimmetria riguarda l’informazione. George J. Stigler, nei suoi pionieristici studi sull’informazione, ci ha insegnato che l’ignoranza può essere razionale: se il valore dell’informazione è superiore al costo necessario ad assumerla, è razionale essere ignoranti. Il contribuente ha da perdere un solo euro dalla decisione di spesa, per saperlo dovrebbe dedicare molto tempo a leggere atti parlamentari, Gazzetta Ufficiale e altro: per un euro non ne vale la pena! Quasi certamente, quindi, le vittime saranno all’oscuro dell’entità del loro sfruttamento.
I beneficiari, invece, avendo da guadagnare mille euro dalla decisione, avranno un poderoso incentivo a essere correttamente informati. E’ quasi certo che le vittime saranno all’oscuro di tutto, mentre i beneficiari saranno perfettamente al corrente della posta in gioco.
La collettività, in altri termini, disorganizzata, non informata e priva d’incentivi all’azione si troverà a doversi scontrare con piccoli gruppi di potere organizzati, informati e consapevoli e ne uscirà inevitabilmente sconfitta. Per questo l’idea che la politica democratica realizzi l’”interesse generale” è semplicemente grottesca; la politica, democratica o meno, realizza solo l’interesse particolare, gretto e meschino, delle piccole minoranze organizzate, delle cosiddette “lobby”.
Se a questo aggiungiamo che le minoranze possono sommarsi in base al criterio “Tu appoggi i miei interessi e, in cambio, io appoggio i tuoi”, ci rendiamo facilmente conto che non è necessario scomodare l’autorità di Mancur Olson, uno dei più grandi studiosi di questi problemi del secolo scorso, per renderci conto che la democrazia è spesso solo un velo pietoso steso a coprire la tirannia delle minoranze.
Dovremmo concluderne che sarebbe preferibile un assetto non democratico? Non direi proprio perché, mentre sappiamo abbastanza sul funzionamento dei sistemi democratici, sappiamo relativamente poco sulle dittature che, oltretutto, non sono mai uguali alle altre. Né sarei disposto ad affidarmi alla saggezza di un “uomo della Provvidenza”, quasi certamente convinto di essere lui la Provvidenza. Tuttavia, da queste riflessioni traggo una conclusione che apparirà assai poco corretta politicamente: i sistemi politici sono tutti imperfetti; per piacere, quindi, smettiamola di criminalizzare i sistemi non democratici e sostenere dogmaticamente che le democrazie realizzano il bene comune.
Antonio Martino, 7 luglio 2012