Coltivatore diretto di voti

L’ultimo segretario di mio padre, Pippo Cadili, eletto consigliere regionale con un enorme numero di voti di preferenza, si autodefiniva coltivatore diretto di voti. La definizione suggerisce alcune riflessioni sui sistemi elettorali e sul momento presente.
In uno dei suoi splendidi fondi per il Corriere della sera, Angelo Panebianco, riferendosi al Pd, sostiene che i suoi guai nascono dal fatto che la maggior parte dei suoi esponenti di spicco, democristiani di sinistra e comunisti, ragiona ancora in termini di blocco elettorale, che va coccolato e coltivato (appunto!) per essere mantenuto.
Era il tipico ragionamento dei partiti della prima Repubblica; allora, col proporzionale e voto di preferenza, l’elettorato si spostava pochissimo dal proprio partito. Votavano in massa (le percentuali di affluenza alle urne superavano il 90%) e votavano immancabilmente allo stesso modo, elezione dopo elezione. Un partito che aveva accresciuto la sua percentuale di consensi dello 0,1% si lasciava andare a parlare di “trionfo elettorale”. Il quadro politico era immutabile: la Dc sempre il maggiore partito di governo, il Pci sempre quello di opposizione. All’interno della Dc, le varie correnti cercavano in tutti i modi di non perdere voti rispetto alle altre e i suoi esponenti coccolavano i propri elettori, il proprio blocco elettorale.
A differenza di quanto accadeva, per esempio, in Germania, dove uno stesso partito poteva, secondo il risultato elettorale, andare al governo o tornare all’opposizione, in Italia lo stesso partito era sempre al governo (la Dc) o all’opposizione (il Pci).
In Germania, il partito socialdemocratico, per esempio, ragionava in termini di flussi elettorali, tentava cioè di conquistare più voti di quanti gliene facesse perdere una data politica. Il clientelismo, la coltivazione diretta dei voti non erano per nulla la regola in Germania, a differenza dell’Italia.
Matteo Renzi ha ragionato in termini di flussi, non di blocco, con ciò scandalizzando i leader del Pd, sia quelli di estrazione comunista, come Bersani o D’Alema, sia di origine cattocomunista (come Bindi), che si sono sentiti autorizzati a criminalizzarlo come “fascistoide” o “cripto- berlusconiano”.
Si trattava invece semplicemente di uno che aveva capito che la prima Repubblica non esisteva più e che, quindi, a nessuno era garantito di restare al governo o all’opposizione. Dal 1994 ad oggi, l’alternanza fra centro-destra e centro-sinistra è stata perfetta: 1994 vince il centro destra, nel 1996 il centro-sinistra, nel 2001 torna Berlusconi, nel 2006 Prodi, nel 2008 Berlusconi, nel 2013 Letta.
Se il Pd vuole avere un futuro, conclude Panebianco, non deve guardare al suo passato remoto, deve mirare al futuro; ciò non dovrebbe essergli arduo, perché gli ultimi vent’anni stanno lì a dimostrare che i coltivatori diretti di voti non sono più utili e nemmeno indispensabili, sono semplicemente fuori moda.
L’Italia, se vuole sperare nella fine di questa lunga agonia, deve sperare che a sinistra prevalgano quelli che ragionano sui flussi, a destra quanti sono convinti che la modernità richiede la rottamazione di quanto avanzato dalla prima Repubblica o dal fascismo. Sono dell’idea che sia lecito sperarlo, ma non sono per niente convinto che sia probabile.