Come ho conosciuto Milton Friedman

Ritengo che i frequentatori di questo blog possano gradire questa paginetta tratta dalle mie memorie che, al ritmo con cui procedono, temo non vedranno mai la luce.

Avendo vinto una borsa di studio Harkness, feci domanda alle università di Harvard e Chicago. Fui ammesso da entrambe, ma decisi di andare a Chicago per studiare con Milton Friedman. All’università di Messina (dove mi ero laureato in Legge) i professori erano circondati dal rispetto reverenziale degli studenti: ci alzavamo in piedi e battevamo le mani quando entravano e quando uscivano. Condizionato da quell’esperienza, non avevo trovato il coraggio di presentarmi a Friedman. Finalmente, preso il coraggio a due mani, andai al dipartimento e cercai il suo ufficio. Nella stanza antistante sedeva a una scrivania Gloria Valentine, la sua storica segretaria.

Le chiesi se potevo incontrare Friedman, sperando mi fissasse un appuntamento, e lei rispose: “Quello è il suo ufficio, bussa ed entra”. Ero sbalordito, ma feci come mi disse e sentii Friedman che mi diceva di entrare. Lo feci e vidi un signore di bassa statura, in maniche di camicia e con i piedi sulla scrivania.

Mi presentai e gli dissi che mi avevano assegnato come advisor Zvi Griliches, un econometrico, e che sarei stato onorato se fossi invece affidato a lui. Andò a controllare e, dopo qualche minuto, tornò e mi disse che non era possibile ma che potevo venire a trovarlo quando volevo. Lo ringraziai profusamente e mi disse: “Non devi ringraziarmi, sono pagato per questo,”! Era la fine dell’ottobre del 1966; cominciò allora un’amicizia che sarebbe finita nell’agosto del 2006 con la sua morte.

L’ho sentito per l’ultima volta il 31 luglio 2006. Gli telefonavo tutti gli anni per fargli gli auguri per il suo compleanno, Appena sentì la mia voce, avendo saputo che avevamo perso le elezioni e che non ero più al governo, esclamò: “Antonio, you are out of business”! E’ stato una guida preziosa e mi sono sempre rivolto ai suoi consigli ogni volta che ne ho sentito il bisogno. Era un uomo assolutamente straordinario e il miglior insegnante che abbia conosciuto. Farne un ritratto anche solo approssimativo, tuttavia, richiederebbe ben più di poche righe.

Quando, il 22 dicembre 1992, compii cinquanta anni, mi mandò una mail di auguri. C’era scritto: “Un mio amico novantenne, camminando per strada, si è imbattuto in una bella donna e ha sospirato ‘Averne ancora ottanta’!” Seguiva una poesia di Robert Browning: “Grow old with me, the best of life is yet to be, the last for which the first was made.”