Dialogo o resa?

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Caro direttore,
Leggo sempre con piacere gli articoli di Angelo Panebianco, trovandomi quasi sempre d’accordo con le sue tesi. Credo che il suo più recente editoriale superi i già elevati standard del suo illustre editorialista. In esso, Angelo ci ricorda una delle lezioni più importanti che la storia del XX secolo ci ha lasciato: il dialogo fra l’imbelle e l’armato prelude solo a disastri.
Monaco non fu preludio di pace, come incautamente sosteneva Chamberlain (“It will be peace in our time”), ma di una guerra sanguinosa e devastante. Viviamo in un’epoca nella quale quasi tutti i leader occidentali sembrano convinti che non esistano problemi che non possano essere risolti con buona volontà e chiacchiere (dialogo). Il nostro ministro degli Affari Esteri l’ha recentemente ribadito in un’intervista nella quale fa suo l’entusiasmo del suo presidente del Consiglio e di molti a sinistra per la politica estera del presidente degli USA, Barack Hussein Obama.
Panebianco ci ricorda i disastri in politica estera di Obama, che quasi fanno dimenticare quelli ancora più devastanti in politica economica interna. Non credo di essere fazioso sostenendo che BHO è di gran lunga il peggior presidente nella storia degli Stati Uniti d’America. Al suo confronto Carter appare come un grande statista.
Le minacce che ci troviamo a dovere affrontare non sono solo quelle puntualmente indicate da Panebianco (Medio Oriente, Ucraina, Siria, Iraq, Afghanistan), ne includono altre non meno pericolose, anche se meno avvertite. Faccio riferimento al fatto che nel 2020 ci saranno nel mondo un miliardo di maschi di età compresa fra i 15 e i 29 anni, quella che i demografi chiamano età di combattimento.
Questo miliardo di potenziali combattenti sarà costituito per 65 milioni da europei, per 300 da mussulmani. Molti di questi ultimi saranno dislocati nella sponda sud del Mediterraneo: saranno disoccupati, affamati e convinti dall’ideologia islamista che i loro guai siano da imputare agli infedeli occidentali.
Con le tecniche militari del passato, questo squilibrio avrebbe avuto un esito scontato: la conquista. I moderni sistemi di difesa rendono impossibile tale esito, dovremo accontentarci dei suoi due fratelli minori: il terrorismo e l’immigrazione di massa, spesso congiunti. In queste circostanze, tagliare le spese per la Difesa e puntare tutto sul dialogo è semplicemente insensato. Il programma del JSF (gli F35) nacque negli anni in cui ero ministro della Difesa.
Grazie al buon rapporto fra l’amministrazione americana e il governo italiano e all’amicizia personale fra me e Don Rumsfeld, riuscii ad ottenere che, per la prima volta nella storia, l’Italia venisse inclusa nel gruppo di testa quanto al trasferimento delle tecnologie. Dalla fine della guerra era la prima volta che gli USA trattavano il nostro paese alla stessa stregua della Gran Bretagna.
Per “risparmiare”, il governo ha deciso di tagliare drasticamente la nostra partecipazione al programma, il che priverà l’Italia per molti anni della possibilità di controllo efficace dello spazio aereo e della difesa del nostro territorio. Come se non bastasse, i tagli alle spese di esercizio priveranno esercito e Carabinieri dei fondi per manutenzione, addestramento, munizionamento e carburante, e la Marina Militare della possibilità di controllare e difendere efficacemente le nostre coste.
Quanto sta accadendo, quasi quotidianamente, in Sicilia con lo sbarco di migliaia d’immigranti è solo la punta dell’iceberg: nei prossimi anni, arriveranno molto più numerosi e sarà difficile instaurare un dialogo in alto mare per dissuaderli dallo sbarcare.
La Storia non è mai clemente con gli imbelli, gli errori di oggi sono il preludio delle catastrofi di domani. Un’altra lezione del XX secolo dovrebbe essere sempre ricordata: è meglio essere preparati per tempo che dovere colmare le inadempienze all’ultimo momento, in fretta e furia. Se gli inglesi avessero dato retta agli ammonimenti di Churchill e preso sul serio la minaccia nazista, forse avrebbero pagato un prezzo meno caro per la guerra. Né si trattò di un’invenzione churchilliana: i romani avevano già capito il problema: si vis pacem, para bellum.
Cordialmente
Antonio Martino

Lettera pubblicata da il Corriere della sera, 29 aprile 2014