Draghi e il QE

Milton Friedman, parafrasando Clemenceau, sosteneva che la moneta è troppo importante perché sia affidata ai banchieri centrali. Non condivido il generale entusiasmo per il quantitative easing (QE) di Draghi e spiegherò perché. A mio avviso quanto la Bce si accinge a fare conferma la saggezza di Friedman.

La differenza fra un meteorologo e un economista è che il primo, per sapere che tempo fa oggi, deve solo guardare fuori dalla finestra, cioè sa subito come stanno le cose. L’economista, invece, per sapere costa sta succedendo oggi deve aspettare diversi mesi: la raccolta e diffusione dei dati statistici richiede tempo. Le decisioni di politica monetaria prese oggi si basano sulle informazioni oggi disponibili, che sono vecchie di diversi mesi.

Come se non bastasse, l’adozione di una data politica monetaria non produce i suoi effetti immediatamente, ma con un certo ritardo. Per esempio, in molti casi le conseguenze sui prezzi si manifestano 18 – 24 mesi dopo che la decisione è stata presa. La politica monetaria, in altri termini, è decisa in base ad informazioni relative al passato e produce i suoi effetti in futuro. Non basta. Bisogna anche aggiungere che non è possibile conoscere la durata del ritardo in anticipo, di modo che quanto è deciso oggi non sappiamo quando produrrà conseguenze.

Tutto ciò m’induce a dire che la svolta di Draghi è ispirata a informazioni che potrebbero già oggi essere obsolete e produrrà effetti quando quelle informazioni lo saranno ancora di più. Parlando fuori dai denti, la BCE ha deciso per l’acquisto massiccio di titoli pubblici degli stati membri per immettere moneta nella convinzione che ciò possa contrastare la deflazione (calo dell’indice dei prezzi) e la recessione.

Ma le indicazioni su prezzi e reddito si riferiscono al passato, non al presente. Le conseguenze della politica di QE non si produrranno né ieri né oggi, ma solo domani, quando il problema potrebbe benissimo essere di natura diversa rispetto a quanto oggi sappiamo: invece di curare deflazione e recessione, l’espansione monetaria potrebbe inasprire un’eventuale inflazione.

Queste considerazioni sono alla base della visione di Friedman sul ruolo della politica monetaria. Secondo lui l’obiettivo della politica monetaria non dovrebbe essere la stabilizzazione di breve periodo, perché quell’obiettivo non è alla nostra portata, sia perché le informazioni di cui disponiamo sono datate e non necessariamente affidabili, sia perché gli effetti si produrranno in futuro con un in ritardo di cui non conosciamo la durata.

La politica monetaria ispirata al breve periodo, invece di stabilizzare le fluttuazioni economiche, finisce spesso per aggravarle: invece di agire in senso anticiclico, opera in direzione pro-ciclica.

Se a questo si aggiunge che la monetizzazione del debito è contraria alla lettera dei trattati e allo spirito della moneta comune europea – l’obiettivo della Bce è, ai sensi del suo statuto, la stabilità monetaria – si comprenderà come io non solo non condivida l’entusiasmo per la decisione di Draghi, ma sia anche fortemente preoccupato per le sue probabili conseguenze.

Friedman, secondo me, aveva ragione: la moneta non va affidata alle scelte arbitrarie degli uomini ma all’impero di una regola che, conosciuta dagli operatori, consenta a essi di effettuare previsioni con un maggior grado di affidabilità ed ai mercati di funzionare. Regole, non arbitrio!