Economia reale e politica monetaria

Alcuni dati recenti suggeriscono l’opportunità di una riflessione sul ruolo della politica monetaria europea e americana. E’ di pochi giorni orsono la notizia che il tasso di sviluppo del reddito nazionale in USA nel quarto trimestre del 2014 ha raggiunto un rispettabile 5%. I soloni italici (e non solo), specie se digiuni di economia, hanno cominciato a discettare su chi avesse il merito di tale risultato.

Alcuni hanno attribuito la paternità alla lungimiranza delle politiche del presidente Barack Hussein Obama, che avrebbe sposato la causa della crescita anziché restare fermo a sterili politiche di austerity. Altri hanno optato per la banca centrale americana; secondo loro il massiccio quantitative easing adottato dalla Fed avrebbe prodotto il miracolo.

Hanno torto entrambi. Né Barack Hussein Obama né la Fed hanno titolo per intestarsi lo sviluppo dell’economia americana. Solo persone ammalate di statolatria possono credere che le decisioni di oltre trecento milioni di persone – lavoratori, imprenditori, investitori, risparmiatori – siano irrilevanti se messe a confronto con quanto deciso dal presidente o dalla banca centrale. L’aspetto miracoloso della crescita americana è che essa abbia avuto luogo malgrado le pessime politiche fiscali dell’amministrazione e la sconsiderata politica monetaria adottata dalla Fed.

Come ci ha insegnato Adam Smith: “Lo sforzo uniforme, costante e ininterrotto di ogni uomo per migliorare la sua condizione, il principio da cui deriva originariamente la prosperità pubblica e nazionale al pari di quella privata, è spesso abbastanza potente da mantenere il corso naturale delle cose rivolto al progresso malgrado la stravaganza del governo e i massimi errori dell’amministrazione. Al pari di quell’ignoto principio della vita animale, esso ristabilisce spesso la salute e il vigore dell’organismo, non soltanto malgrado la malattia, ma anche malgrado le assurde prescrizioni del medico.”

L’attuale inquilino della Casa Bianca ha ottenuto il risultato di fare declassare i titoli pubblici americani, un fatto senza precedenti, e di far raggiungere allo stock di debito il livello più della storia degli USA. Ha anche dilapidato cifre astronomiche a favore dei gruppi di interesse a lui favorevoli (si pensi al sindacato dell’auto UAW) e tartassato gli americani. La Fed ha iniettato grandi masse monetarie nell’economia nazionale, in che non ha prodotto risultati nell’immediato ma è foriero di conseguenze deleterie in un non lontano futuro.

Quanto all’Europa, la situazione è, a dir poco, terrificante. Il tasso medio di disoccupazione nell’eurozona è 11,4%, in Italia ha raggiunto il livello record di 13,4%. La crescita dell’economia tedesca è deludente, la Francia non cresce e l’Italia continua a vedere ridotto il proprio reddito. Di fronte a questi dati, cosa suggeriscono i soliti tuttologi? Dovrebbero saperlo pure gli assenti: la Bce dovrà acquistare massicce quantità di titoli italiani e francesi facendo aumentare la massa monetaria in circolazione sia per bloccare la deflazione sia per stimolare la ripresa. Elementare, caro Watson!

Le cose non stanno per nulla in questi termini. La massiccia monetizzazione del debito degli stati membri effettuata nel 2014 non ha contrastato la deflazione né stimolato la ripresa. Se non ha funzionato, obiettano i summenzionati tuttologi, bisogna usarla in dosi più energiche e, prima o poi, la ripresa partirà.

Ho studiato e insegnato economia monetaria per quasi tutta la mia vita; so benissimo che “la moneta ha importanza” ma so anche che Milton Friedman non ha mai sostenuto che solo la moneta avesse importanza. I fattori “reali” – le ore di lavoro lavorate, le dimensioni dei flussi di risparmio e di investimento, la competitività delle imprese, la produttività del lavoro, la struttura fiscale, eccetera – sono di gran lunga più importanti per la crescita delle decisioni di politica tributaria o monetaria.

L’Italia e l’Europa sono in crisi perché il loro sistema assistenziale è insostenibile, comporta un livello di spesa pubblica che non consente all’economia di crescere; lo sono anche perché la struttura del prelievo e il suo livello penalizzano il lavoro, il risparmio, l’investimento e la crescita. La Bce può pompare quattrini senza limiti: l’economia italiana e dell’eurozona continuerà ad agonizzare.

Non solo. Questa immissione forsennata di moneta nell’economia europea se non stimolerà a breve la crescita, prelude anche a gravi problemi in un futuro non troppo lontano. Quanti anni dobbiamo aspettare perché questa ovvietà sia compresa dai nostri politici, politicanti, politicani (così li chiamava De Gaulle) e banchieri centrali?