Euro, Lira e varie corbellerie

Un mio stimabilissimo amico, Angelo Panebianco, che considero uno dei migliori editorialisti italiani (se non il migliore), di tanto in tanto si addentra nel campo minato che sta ai confini della materia di sua competenza. Non dico che parli senza conoscenza di causa, non sarebbe da lui, ma che farebbe meglio a non usare l’accetta, a essere meno drastico nei suoi giudizi quando non parla di scienza politica ma di economia. Non è la prima volta e sono certo che non sarà l’ultima; l’eredità crociana consiste anche in questo, nel far credere alla gente che quella economica non sia una scienza ma un optional, una materia da serve (come sosteneva il mio amatissimo professore di filosofia al liceo). Credo che in molti casi le serve siano più utili degli economisti, ma penso che non siano esse a dilettarsi della “scienza lugubre” (Carlyle). Dice Panebianco: “Persone stimabilissime (vedi sopra), da Paolo Savona ad Antonio Martino, lo pensano e lo dicono (meglio tornare alla lira).” “E’ però lecito ipotizzare che se l’euro crollasse, anche a voler prescindere dalle conseguenze economiche di un simile evento (per l’economia mondiale e quindi anche per noi), i contraccolpi politici sarebbero assai violenti per il nostro Paese.” Ora, vorrei far notare al mio amico Angelo che un eventuale ritorno dell’Italia alla lira non equivarrebbe necessariamente al crollo dell’euro. Potrebbe, forse, indurre, anche altri Paesi a fare altrettanto, ma non è detto. Il titolo che la redazione del Corriere ha affibbiato all’editoriale di Panebianco è perlomeno singolare “Moneta unica e democratica”: non spetta certo a Panebianco, ma certamente al direttore del giornale più venduto d’Italia spiegare cosa, di grazia, abbia di democratico l’euro, una costruzione controllata da persone che nessuno ha eletto. Draghi non è a capo della Bce per volontà del popolo sovrano, ma per accordi fra alcuni politici di paesi che ritengono di avere diritto di contare più degli altri. Il capo della Bce non risponde che a Dio del suo operato, è, per usare un termine inglese di difficile traduzione, totalmente unaccountable, al di sopra di qualsiasi controllo o valutazione sulle sue scelte. Gli Stati che usano l’euro hanno delegato la loro sovranità in politica monetaria non a un’entità sovranazionale democraticamente eletta ma a un “tecnico” selezionato con criteri poco trasparenti e certamente non democratici. La tesi di Panebianco, correttamente riassunta in un sottotitolo è che “Senza il vincolo esterno dell’euro” la democrazia italiana e la stessa unità del Paese sono “su un piano inclinato”. Che la democrazia italiana non goda di buona salute è vero, così come è vero che la questione meridionale è del tutto irrisolta, ma in nome di Iddio cosa c’entra l’euro con la soluzione, peraltro mancata, di questi problemi? Luigi Spaventa, da parlamentare dell’estrema sinistra, in un memorabile discorso contro la moneta unica aveva paventato che essa avrebbe danneggiato soprattutto l’Italia e in particolare il meridione. Non so se egli sia ancora di quest’idea, ma è indubbio che i fatti gli stanno dando ragione. Panebianco parla come se, salvato l’euro, sarebbe salva l’Europa, l’Italia e l’economia mondiale. Qui mi spiace di non potere essere inglese, nel qual caso direi: “Ho il timore di non potere condividere la sua opinione”; essendo orgogliosamente italiano, sono costretto a dire “Angelo hai torto marcio”! L’euro è una costruzione sbagliata che rischia di fare precipitare l’Europa e il mondo in una crisi tale da fare apparire la Grande Depressione come un’inezia, una quisquilia, una pinzillacchera. Il forsennato diktat tedesco di pareggiare il bilancio a questi livelli di spesa pubblica sta spingendo tutti i paesi dell’eurozona ad accrescere le imposte nel tentativo (vano) di raggiungere le spese. Crede davvero Panebianco che portare la pressione tributaria al 52% del pil farebbe bene all’economia italiana? Crede che renderebbe più democratico e unito il nostro Paese? Angelo, fammi il piacere di occuparti d’altro, ti leggerò sempre con piacere e ti telefonerò la mia ammirazione subito dopo la lettura! Martin Feldstein, stimato economista, malgrado il fatto che insegna a Harvard, tana del sinistrume chic più disgustoso d’America, ha recentemente sostenuto (guarda caso, proprio sul Corriere, 17 giugno): “L’unione di bilancio (il fiscal compact, cioè) mi sembra wishful thinking . Il trasferimento su basi permanenti delle politiche di bilancio di tutti i Paesi – cioè tasse, spese e indebitamento – a un’entità centrale europea sarebbe una rivoluzione di enorme portata: stiamo parlando del cuore della sovranità politica”. Credono davvero Panebianco, Monti e tutti gli altri sostenitori della inesorabilità di tenere in piedi l’euro che sia sensato delegare la sovranità politica nazionale non agli Stati Uniti d’Europa ma a un opaco e antidemocratico accordo inter-statale sia il meglio per l’Italia, l’Europa e il mondo?