Europa, requiescat in pace

Fino al 1914 il termine “civiltà” non aveva plurale: esisteva “la” civiltà e altri modi di vivere, generalmente ritenuti incivili. “La” civiltà era europea, l’Europa era il simbolo della civiltà. Gli europei erano considerati gli unici esseri civili del pianeta. Questa visione eurocentrica del mondo era suffragata dal fatto che l’Europa era il centro del mondo, gli altri paesi erano colonie europee o ex-colonie europee o troppo distanti dall’Europa per essere considerati rilevanti.

Gli eventi storici avevano origine e si svolgevano in Europa, avendo come protagonisti paesi europei, Così le guerre e successive paci, i trattati internazionali, gli intrighi e le vicende che coinvolgevano i regnanti, eccetera.

Questo stato di cose lasciò nel giro di un trentennio il posto a una situazione completamente diversa: dopo il 1945, il mondo era dominato da due superpotenze, USA e URSS, dai loro alleati e da un certo numero di paesi “non allineati”. Quanto all’Europa, era diventata, per usare l’espressione ironica di un americano, “the most valuable piece of real estate in the world”, la proprietà immobiliare di più alto valore al mondo. Non più il centro del mondo, ma una periferia irrilevante.

Numerose sono state le ragioni di questa perdita di rilevanza dei paesi del vecchio continente, ma una che viene spesso poco considerata è la demografia: nel 1914 la popolazione europea rappresentava una parte cospicua della popolazione mondiale, non più nel 1945. Quel relativo declino demografico continua ancora e a ritmo preoccupante: nel 1960 “le persone di origine europea erano un quarto della popolazione mondiale, nel 2000 erano un sesto, nel 2050 saranno un decimo.” (Giulio Meotti, “Quando saremo tutti vecchi”, il Foglio, 16 aprile 2016.)

Come se non bastasse, il declino non è soltanto relativo, in rapporto cioè alla popolazione mondiale, è anche assoluto: per esempio, la Francia passerà dagli attuali sessanta milioni di abitanti a cinquantacinque nel 2050 e quarantatré a fine secolo, il Regno Unito da sessanta a cinquantatré nel 2050 e quarantacinque nel 2100, la Germania dagli attuali ottantadue milioni scenderà a sessantuno nel 2050 e trentadue nel 2100, e così via.

L’alternativa a questo brusco calo della popolazione è rappresentato dall’immigrazione di massa. Cioè, se non vogliono sparire numericamente, i paesi europei devono rassegnarsi a vedere annacquata la loro identità culturale, con la popolazione sempre più costituita da persone di origine non europea. Sembrerebbe che la scelta sia destinata a diventare se sparire numericamente oppure scomparire culturalmente.

Come se non bastasse, le popolazioni dei paesi europei non sono soltanto destinate a divenire sempre più esigue, stanno anche diventando sempre più vecchie, nelle quali cioè prevale il numero degli ultrasessantacinquenni. Il fenomeno era già stato denunziato dalla conferenza organizzata dall’ONU nel 2002 a Madrid e destinata appunto all’invecchiamento. I dati più recenti confermano quanto denunciato allora. “Ventidue dei venticinque paesi più anziani del mondo sono oggi in Europa. (…) E’ quanto emerge dal rapporto ‘An Aging World 2015’; 617 milioni di persone, l’otto per cento della popolazione mondiale, hanno sessantacinque anni e oltre, un trend in crescita che nel 2050 farà arrivare la popolazione anziana mondiale a 1,6 miliardi, quasi il diciassette per cento di tutti gli esseri umani che vivranno allora nel pianeta.” (G. Meotti, ibid.)

Se la demografia sembra condannare, sia quantitativamente sia qualitativamente, l’Europa, altri fattori sono in opera per accelerare ulteriormente il suo declino. Uno è politico: l’UE continua a dar vita a politiche dirigiste e intrusive, autoritarie e arbitrarie, che irritano sempre più molti settori dell’opinione pubblica. Il successo di liste apertamente contrarie alla UE in vari Paesi ne è la conferma: Ukip in Gran Bretagna, Afd in Germania, il Front Nationale in Francia eccetera sono tutti sintomi della disgregazione dell’Europa prodotta dalle velleità dirigiste della UE.

Inoltre, e più importante, i valori della civiltà europea, tutto ciò che caratterizza il nostro modo di vivere, non sembrano essere considerati importanti dai più. Nessuno è disposto a battersi per difenderli, sembra quasi che prevalga un desiderio di scomparire un “cupio dissolvi” generale. L’islamismo terroristico mette a repentaglio la nostra incolumità personale e la pacifica coesistenza di persone culturalmente diverse? La risposta che prevale è che è necessario il dialogo, l’assistenza, la comprensione. Sembra che la maggioranza sia disposta a cancellare le differenze, rinunziando al nostro sistema di valori, pur di accomodare le pretese dei violenti.

Le nazioni d’Europa spendono sempre meno per la propria difesa e sono sempre meno propense a battersi per essa e questo accade proprio mentre le popolazioni si assottigliano e invecchiano rapidamente. Siamo quindi destinati a divenire sempre meno rilevanti, fino addirittura a scomparire del tutto? E’ difficile dirlo, ma la demografia, e non solo, lo suggerisce. Dopo aver coinciso col mondo civile, nel giro di un paio di secoli, l’Europa forse morirà? Parce sepulto.