I destini comuni di tre distinti economisti

Giovanni Malagodi, Tommaso Padoa Schioppa e Mario Monti: cos’hanno in comune tre persone tanto diverse fra loro? Vediamo. Giovanni Malagodi è stato un leader politico di rilievo, Tommaso Padoa Schioppa è stato uno stimato dirigente della Banca d’Italia nonché un illustre membro della Banca Centrale Europea, Mario Monti prima di essere nominato presidente del Consiglio, ha vinto una cattedra di Economia Politica, ha fatto parte di importanti consigli d’amministrazione, è stato commissario europeo e presidente della Bocconi. Tre persone molto diverse, quindi, con una sola cosa in comune: sono stati considerati per anni distinti economisti. Malagodi aveva talmente impressionato il mondo politico per le sue conoscenze economiche che non solo veniva ritenuto economista, era anche accusato di “economicismo” da tutte le parti politiche. Veniva generalmente creduto che fosse talmente condizionato dalla sua preparazione economica da non riuscire a comprendere nessun’altra faccenda, a cogliere gli altri, e più importanti, aspetti della vita. Questa qualifica, con connessa accusa, si dissolsero come nebbia al sole non appena Malagodi, diventato ministro del Tesoro, venne osservato all’opera. Da allora nessuno lo accusò più di economicismo o ritenne che fosse un economista! Tommaso Padoa Schioppa, anche se non accademico, veniva da tutti considerato economista di grande rilievo. Anch’io ero convinto che fosse persona di buone credenziali in campo economico e mi consideravo suo estimatore e amico. Tutto ciò cambiò non appena Tommaso divenne ministro dell’Economia del governo Prodi; ricordo ancora il suo discorso alla Camera, nel quale sostenne tesi diametralmente opposte a quelle che aveva enunciato meno di due anni prima come membro della Bce. Nel mio intervento glielo rinfacciai anche con qualche battuta (avrebbe voluto applaudirmi ma gli fu impedito, ma le apprezzò almeno a giudicare dal sorriso). Dopo mi avvicinò in transatlantico e mi chiese: “Tu non hai mai fatto compromessi in politica come ministro degli Esteri e della Difesa?” Non ebbi il coraggio di rispondergli negativamente e mi limitai a sorridere. Non è questo, tuttavia, il punto; il fatto è che il numero di persone convinte che Tommaso fosse un grande economista diminuì drasticamente. Cosa c’entra Mario Monti in tutto questo? C’entra, eccome! Il suo destino è segnato: dopo la grottesca performance offerta da lui e dal suo governo, dubito fortemente che qualcuno vorrà ancora sostenere che Mario (amico mio, come Malagodi e Tommaso) sia un economista preparato. Le stupidaggini che ha sentenziato sull’”aver messo in sicurezza i conti pubblici”, avere “salvato l’Italia dal baratro”, “posto le condizioni per la crescita” entreranno, temo, a far parte del repertorio umoristico di molti comici. Tommaso Padoa Schioppa non era stato da meno quando aveva affermato che le tasse sono “nobili e bellissime”, tesi che Mario Monti credo condivida in pieno, tanto da essere convinto che sia saggio pareggiare il bilancio con un livello di spesa pubblica superiore al 50% del pil. Come il suo predecessore e suo triplo, Monti è convinto che la nostra sia la temporanea patologia di un sistema di trasferimenti fondamentalmente sano e che basti qualche ritocco (“taglio”) qua e là per rimettere ogni cosa al suo posto. E’ solo questa convinzione che spiega la revisione della spesa (spending review) e la nomina di un commissario straordinario che individui cosa tagliare, eliminando gli sprechi. Sorvolo sul ridicolo offerto da un tecnico che fa ricorso a un super-tecnico che, a sua volta, si rivolge a tutti gli italiani perché lo aiutino, e sottolineo quello che è il punto fondamentale. Caro Mario, il nostro non è un sistema sano che ha contratto un malanno temporaneo, che possa essere curato con pannicelli caldi, è un sistema profondamente sbagliato che non può non produrre crisi. Solo chi non crede nel progresso economico e nella libertà personale può ritenere accettabile questo livello di spesa pubblica, fiscalità e intrusione nella vita delle persone. Non so chi ti abbia suggerito la misura, ma sono convinto sia incompatibile con le regole di una società libera imporre alle banche di trasmettere gli estratti conto all’agenzia delle entrate, limitare l’uso di contanti, e dichiarare interesse per una tassa sulla moneta! Se Monti vuole evitare di sprofondare nel ridicolo e nella generale esecrazione, facendo apparire quello di Malagodi e di Padoa Schioppa come un destino benevolo, può fare una sola cosa: chiedere scusa e dimettersi. Antonio Martino, Il Tempo, 4 maggio 2012