Il futuro dell’economia siciliana

PUBBLICATO IL IN Stampa - COMMENTI (75)

Orgogliosamente siciliano, mi occuperò dell’economia della mia regione d’origine, ma quanto dirò a proposito della Sicilia vale, anche se con qualche adattamento, per tutte le regioni meridionali. L’Italia sta attraversando un periodo di crisi che non ha precedenti dalla fine dell’ultima guerra mondiale. La crisi, com’era prevedibile, ha colpito più le regioni meridionali che il resto d’Italia per la semplice ragione che le loro economie erano meno sviluppate di quelle del centro-nord.

In questo quadro generale di difficoltà, tuttavia, mi sembra opportuno segnalare accanto ai fattori di crisi anche alcuni elementi positivi che potrebbero alla lunga rivelarsi importanti. Comincio dai problemi. Il primo, e a mio avviso più grave, sta nella demografia: l’Italia è un paese demograficamente moribondo, il Sud sta peggio del centro-nord, la Sicilia peggio delle altre regioni del Sud. In un elenco di 226 paesi, l’Italia si colloca al 212° posto quanto a tasso di fertilità (numero di nati vivi per donna in età fertile). Se la popolazione residente non ha ancora fatto registrare una diminuzione nel valore assoluto, ciò è dovuto quasi esclusivamente all’afflusso di immigrati.

Le possibilità di sviluppo economico di un paese dipendono quasi esclusivamente da quella che l’economista americano Julian Simon chiamava “the ultimate resource”, la risorsa fondamentale: il capitale umano. Da questo punto di vista, la demografia spiega almeno in parte l’attuale crisi; non è un caso che gli anni di più rapida crescita economica in Italia siano stati anche quelli del “baby boom”, dell’esplosione demografica.

Un secondo, poderoso ostacolo alla crescita dell’economia del Sud è rappresentato dal danno prodotto da decenni di politiche assistenzialistiche che, se non hanno ottenuto l’obiettivo che si ponevano, hanno però modificato la mentalità dei meridionali, portandoli a credere che il successo nel lavoro non dipenda dalla laboriosità, dall’ingegno e dagli sforzi delle persone ma possa essere assicurato dal possesso della tessera di partito più opportuna. Quando il principale datore di lavoro è il settore pubblico, quando i “posti” sono attribuiti da decisioni dei politici e garantiscono stabilità e aumenti automatici di retribuzioni, non sorprende che moltissimi giovani siano stati tentati dall’idea di garantirsi un futuro militando nel partito che più era in grado di “sistemarli”.

Questi fattori continueranno a esercitare la loro nefasta influenza ancora per diversi anni e non è semplice che si possano individuare possibili rimedi entro poco tempo. Il quadro, tuttavia, deve essere completato con alcuni elementi positivi che già da anni caratterizzano le nostre economie.

Il primo di questi è che i produttori siciliani e delle altre regioni meridionali si sono resi conto che, se volevano avere successo, invece di preoccuparsi della concorrenza dei paesi con costi di mano d’opera bassi, dovevano puntare ai segmenti più alti del mercato. Si prenda per esempio il caso del vino: la Sicilia, come le altre regioni meridionali, per decenni ha prodotto vino che veniva lavorato e smerciato da altre regioni italiane o estere. Navi cisterna portavano i nostri vini ad alta gradazione al nord o in Francia, dove erano tagliati e lavorati, per poi essere venduti a prezzi elevati.

Da diversi anni questo fenomeno si è ridotto: i produttori siciliani, ma anche pugliesi, campani o calabresi, hanno capito che si guadagna di più a produrre vino di buona qualità che non a lavorare per farlo produrre ad altri. L’aumento della qualità dei vini è impressionante: quanto a rapporto prezzo-qualità i vini siciliani sono fra i migliori d’Italia e vengono sempre più esportati in tutto il mondo. Lo stesso vale per altri prodotti, come l’olio d’oliva, gli ortaggi e altro.

Quanto accaduto in agricoltura ha riguardato anche gli altri settori produttivi: industria, commercio, turismo e servizi. Il settore privato, spesso senza aiuti pubblici, ha cominciato a svilupparsi e credo che continuerà a crescere persino in questi anni di crisi.

Lo stato dell’economia delle regioni meridionali, tuttavia, è al momento condizionato dalla situazione di grave crisi che da anni affligge l’Italia. Il pil è da trentasei trimestri in diminuzione (siamo tornati indietro di quasi quattordici anni), abbiamo 3,4 milioni di disoccupati, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 13,2% (per la prima volta dal 1977), la disoccupazione giovanile supera il 45%, c’è una moria generalizzate di piccole e medie imprese, artigiani e commercianti sono in gravi difficoltà e i consumi, anche di beni in genere restii a subire cali, sono in forte diminuzione.

Una delle ragioni di questa depressione è legata al fatto che si possono avere solo due delle seguenti tre cose: bilancio in pareggio, spesa pubblica totale superiore al 40% del reddito nazionale, crescita economica. Oggi abbiamo una spesa del settore pubblico che supera il 50% del pil, perseguiamo il pareggio del bilancio e non abbiamo crescita economica, anzi abbiamo livelli record di disoccupazione e calo ininterrotto del reddito nazionale.

Dare la colpa di ciò all’euro e ai vincoli europei (chi scrive è da decenni inascoltato critico di entrambi) è sbagliato per la semplice ragione che a questi livelli di spesa pubblica nessun paese al mondo ha mai avuto crescita economica. Il pareggio del bilancio è fondamentale principio di correttezza nella gestione della pubblica finanza ma perseguirlo quando le spese superano il 50% del pil significa volere portare la pressione tributaria media a quel livello. Quando dovrebbero sborsare le persone di reddito superiore alla media o le società per raggiungere quel valore medio, il 65, 70, 80%? E’ insensato pretenderlo.

Un ultimo fattore di grande e immediata preoccupazione per tutto il Mezzogiorno, ma in particolare per la Sicilia, viene da un altro dato demografico. Oggi nel mondo ci sono quasi un miliardo di maschi di età compresa fra i quindici e i ventinove anni, quella che i demografi chiamano "fighting age", età da combattimento. Di questi mille milioni di potenziali combattenti sessantacinque sono europei, 300 circa mussulmani. La maggior parte di questi è dislocata nei paesi della sponda sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente. Sono spesso disoccupati, affamati e insufflati di un’ideologia pseudoreligiosa che li ha convinti che sia l'Occidente il responsabile dei loro guai. Con le tecnologie militari del passato, lo squilibrio si sarebbe tradotto nella conquista dell'Europa per opera degli islamisti; le moderne tecnologie militari rendono poco probabile tal esito; dovremo, quindi, contentarci dei fratelli minori della conquista: il terrorismo e l'immigrazione di massa.

Stando così le cose, appare folle il tentativo di salvare le pubbliche finanze tagliando le spese per la difesa. Privare la Marina e la Guardia Costiera dei mezzi essenziali al controllo delle coste, l’Aeronautica di quelli richiesti per il controllo dello spazio aereo, polizia e carabinieri delle risorse per l’addestramento, la manutenzione dei mezzi e il carburante, è semplicemente insensato.

Detto questo, è sempre vero che “chi prevede calamità soffre due volte”; ci conviene, quindi, guardare agli aspetti positivi del momento e consolarci con la convinzione che tremila anni d’ininterrotta civiltà non saranno stroncati neanche da questa crisi.

Antonio Martino

l'articolo è stato pubblicato sul Rapporto Sud pubblicato da La Sicilia, Il Giornale di Sicilia, la Gazzetta del sud e la Gazzetta del mezzogiorno lo scorso 9 dicembre