Iniqua e Controproducente

Il dibattito sull’IMU e sulla sua abolizione, con connessa sostituzione con altre imposte designate con sigle fantasiose, testimonia tragicamente l’analfabetismo economico della classe politica in particolare e dell’opinione pubblica in generale. Vediamo di chiarire.
Un’imposta immobiliare non si limita a produrre gettito, come molti sembrano credere, ma ha anche un gran numero di altre conseguenze in genere trascurate. Il proprietario della casa non è danneggiato soltanto dal pagamento dell’imposta, ma subisce anche un danno patrimoniale perché il valore di mercato della sua abitazione, a seguito dell’imposta, diminuisce.
Il prezzo delle case è fortemente calato a seguito dell’introduzione dell’IMU e della revisione dei valori catastali. L’investimento in immobili è diventato ancora meno attraente, il mercato si è bloccato e le compravendite d’immobili sono ferme. L’edilizia è entrata in crisi: si tratta di un settore cruciale per l’intera economia nazionale perché ad alta intensità di lavoro, con un indotto enorme e a basso contenuto di importazione.
La crescita dell’edilizia, quindi, fa aumentare l’occupazione nel settore e nell’indotto in misura notevole e non pone problemi ai nostri conti con l’estero.  D’altro canto, quando l’edilizia entra in crisi, la disoccupazione aumenta molto, sia nel settore sia in quelli collegati. L’aumento della disoccupazione e la diminuzione della produzione si traducono in un calo del gettito per l’erario.
Tassare gli immobili, quindi, non solo non frutta ma, al contrario, riduce le entrate tributarie. Le imposte sulla casa non solo soltanto inique, perché danneggiano in misura esorbitante i proprietari, sono anche controproducenti perché riducono, anziché aumentare, le entrate delle amministrazioni pubbliche. Ma queste ovvietà sono del tutto ignorate dai nostri governanti, dai commentatori della carta stampata e da quelli degli altri mezzi di (dis)informazione, nonché dall’opinione pubblica.
Nel 1980 in California venne promosso un referendum, “pro position 13” per abrogare l’imposta statale sugli incrementi dei valori immobiliari. Questa aveva innescato un meccanismo perverso che costringeva i proprietari di prima casa  a venderla per l’impossibilità di pagare l’imposta gravante sull’aumento del suo valore di mercato. Il referendum ebbe successo, l’imposta fu abrogata, e si può a ragione ritenere che quel successo abbia giocato un ruolo importante nell’elezione, nel novembre di quell’anno, di Ronald Reagan a presidente degli Stati Uniti.
Non solo, si può anche ritenere che quell’esito abbia giovato a rendere popolari le tesi di un giovane economista educato a Chicago, Arthur Laffer, sostenitore dell’importanza enorme che le aliquote d’imposta hanno nel determinare gli incentivi al lavoro, al risparmio e all’investimento. Nasce con lui (in realtà esisteva già da molti anni) la “supply side economics”, l’economia dell’offerta, che si contrappone a quella della domanda, keynesiana o monetarista che sia.
Come altra volta sostenuto, l’elezione di Ronald Reagan e il mutato clima intellettuale, oltre all’elezione l’anno prima di Margaret Thatcher a primo ministro inglese, hanno regalato all’umanità il trentennio più prospero, creativo e dinamico nella sua plurimillenaria storia.
L’IMU non regalerà un bel niente a nessuno, deruberà i proprietari di immobili, farà diminuire le entrate tributarie delle amministrazioni pubbliche, impoverirà ulteriormente l’Italia e renderà tutti meno liberi. E di un Ronald Reagan, di una Margaret Thatcher e di un Arthur Laffer non si vede ombra in giro.