La Conferenza di Messina e la UE

Il 1° e 2 giugno del 1955, su iniziativa del ministro degli esteri italiano, si riunirono a Messina i ministri degli esteri della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.. La ragione di quell’incontro era semplice: la mancata ratifica del Trattato istitutivo della CED da parte del Parlamento francese l’anno prima aveva impensierito tutti gli europeisti. Bisognava trovare il modo di fare uscire l’Europa dell’impasse.
Gli obiettivi dei sei erano chiarissimi: avendo vissuto la drammatica esperienza delle due guerre mondiali e la conseguente scomparsa dell’Europa dal contesto internazionale, volevano assicurarsi che catastrofi simili non avessero a ripetersi e che l’Europa tornasse a far sentire la propria voce, una sola, nella politica del mondo.
Presero atto che, dato lo smacco dell’anno precedente, puntare subito all’unione politica sarebbe stato velleitario, decisero quindi di optare sull’integrazione economica sia perché desiderabile in sé sia come via per raggiungere, quando i tempi fossero stati maturi, l’agognata unità politica.
L’obiettivo della pace, che aveva ispirato le conferenze di Messina del 1955 e di Venezia del 1956 e il Trattato di Roma del 1957, è senza dubbio stato realizzato. Così come l’apertura dei mercati nazionali alla concorrenza ha prodotti i suoi frutti, favorendo lo sviluppo.
Come mai allora ci troviamo a dover fronteggiare questo diffuso e crescente scetticismo nei confronti dell’integrazione europea? E’ mia convinzione che la causa debba essere individuata nelle troppe cose fatte in nome dell’Europa che in realtà non hanno alcuna giustificazione. Mi limiterò a fare un solo esempio.
I cinquanta stati degli USA adoperano tutti la stessa moneta ma ognuno di essi è perfettamente libero di perseguire la politica tributaria e di bilancio che ritiene più adatta. In Texas, per esempio, non esiste l’imposta statale sul reddito, l’economia dello stato è prospera e in crescita e le finanze statali sono in ordine. Il tasso d’interesse sui titoli dello stato è basso.
In California, invece, la spesa pubblica è cresciuta a dismisura, il disavanzo è notevole, l’economia dello stato langue e molti californiani si trasferiscono in Texas per trovare lavoro. Le finanze dello stato sono in disordine e il tasso d’interesse corrisposto agli acquirenti di titoli pubblici è alto. La parola “spread” è inglese ma non conosco un solo americano che si sia mai preoccupato della differenza fra i tassi californiani e quelli texani.
A nessuno verrebbe in mente che, se la California non riesce a collocare titoli sul mercato, debbano essere i texani a farlo; né mai nessuno ha mai immaginato che sarebbe il governo federale a doverlo fare, o che la Fed dovrebbe monetizzare il debito della California. Se quest’ultima non riesce a indebitarsi, fallisce e quanti hanno acquistato i suoi titoli restano con un pugno di mosche.
Perché quello che funziona per gli Stati Uniti, che peraltro hanno un governo federale, non dovrebbe andar bene per l’Europa, che è ben lungi dall’averne uno? Il fiscal compact è il frutto di idee economiche errate, di una visione infondata dell’unità europea e della pretesa di cancellare la sovranità degli stati membri della UE.
Benedetto XV era convinto che la prova dell’origine divina della Chiesa sia offerta dal fatto che il clero non è riuscito a distruggerla. La bontà dell’ideale europeo dei padri fondatori va cercata che le nefandezze commesse in nome dell’Europa non siano ancora riuscite a cancellarlo del tutto. Tuttavia, mentre Cristo ha promesso immortalità alla Chiesa, nessuno ha fatto lo stessa per l’ideale europeo. Chi in esso crede ha, oggi più che mai, il dovere di opporsi alle degenerazioni perpetrate dalla UE.