Lampedusa, mon amour

La tragedia che si è svolta nelle acque di Lampedusa non ha precedenti quanto a gravità, ma non sarà l’ultimo episodio di questa serie di disgrazie. Dobbiamo abituarci all’idea di convivere con queste dolorose esperienze e alla nostra impossibilità di evitare che si ripetano; e questo sia con sia senza una collaborazione dei nostri partner europei.
A rendere ciò inevitabile è la demografia: nel 2020, cioè fra sette anni, ci saranno nel mondo un miliardo di maschi di età compresa fra i 15 e i 29 anni (“età da combattimento”). Di questi mille milioni di potenziali combattenti 65 saranno europei, 300 mussulmani, molti dei quali abitanti di paesi della sponda sud del Mediterraneo. Saranno perlopiù disoccupati, disperati e indottrinati da teorie islamiste.
Con le tecnologie militari del passato, questo squilibrio demografico avrebbe avuto un esito certo: la conquista, l’Europa sarebbe stata conquistata dall’Islam. I mezzi militari moderni rendono assai improbabile quell’eventualità, dovremo contentarci di fare i conti con i due fratelli minori della conquista: il terrorismo e l’immigrazione di massa.
Usare il nostro potenziale militare contro gli invasori sarebbe non solo corretto ma doveroso; usarlo contro barconi di disperati, mandandoli a picco, sarebbe immorale e crudele. Come se non bastasse, dubito fortemente che esista nel nostro Paese un uomo politico talmente privo di scrupoli e coraggioso da assumersi la responsabilità di stragi ai danni di civili inermi.
Siamo, peraltro, certi che l’”invasione” di giovani disoccupati sarebbe un male per l’Italia? So che molti degli amici di questo blog non saranno d’accordo, ma non credo per nulla che l’arrivo di qualche centinaio di migliaia di giovani disoccupati, o persino un paio di milioni, sarebbe un danno. Al contrario, sono convinto che sarebbe un vantaggio per loro e per noi.
Molti di loro si limiterebbero a usare lo sbarco in Italia solo come prima tappa verso altro paese europeo, ma i rimasti sopperirebbero a una nostra deficienza demografica potenzialmente catastrofica. In un elenco di 226 paesi, l’Italia si colloca al 212° posto quanto a tasso di fertilità (numero di nati vivi per mille donne in età fertile). I demografi considerano moribonda una nazione quando il tasso di fertilità è pari o inferiore a 1,5; secondo questo criterio sono 30 i Paesi moribondi in Europa e l’Italia è quello che sta peggio.
Mi si potrebbe obiettare che un paese che non riesce a dare lavoro al 40% dei propri giovani che se ne farebbe di importarne un elevato numero di altri, anch’essi destinati a essere senza lavoro? La risposta è duplice: o l’Italia inverte le attuali tendenze economiche e riprende a crescere o è destinata a diventare poco attraente persino per i disoccupati nord-africani. In secondo luogo, gli immigranti non competono con i loro coetanei italiani per lo stesso tipo di occupazione, ma sono disponibili per lavori che i disoccupati italiani rifiuterebbero con sdegno.
La nostra popolazione anziana dispone, grazie all’allungamento della durata della vita, di una speranza di vita di molti anni; in conseguenza di ciò, c’è una notevole e rapidamente crescente domanda di persone disposte a badare agli anziani bisognosi di assistenza. Non mi risulta che i nostri giovani senza lavoro siano in fila per procurarsi un impiego da badanti. E ancora: senza il lavoro degli immigrati, la gastronomia italiana sarebbe scomparsa da molti anni. La salsa di pomodoro, essenziale per la nostra cucina, richiede il lavoro dei raccoglitori di pomodori, che è svolto quasi esclusivamente da stranieri. Infine, sguatteri nelle cucine dei ristoranti o degli ospedali sono spesso stranieri e l’elenco dei lavori utili che gli italiani rifiutano può continuare quasi senza fine.
L’ultima obiezione, confinante con la xenofobia, è che gli immigrati violano la legge e inquinano la purezza della nostra cultura. Gli italiani che delinquono non fanno meno danno degli stranieri ed è da dimostrare che la propensione a delinquere sia più alta fra gli “altri” di quanto non sia fra noi. Entrambi devono essere giudicati e puniti. Quanto alla nostra cultura, siamo davvero convinti che i nostri valori, sedimentati nel corso di trenta secoli, siano destinati a soccombere dal confronto con quelli degli altri? Abbiamo tanto poco fiducia in noi stessi da credere di dover essere rinchiusi in una sorta di riserva indiana per non soccombere?