L’Italia

Il mio amico Marcello Pera svolge da par suo alcune considerazioni sul significato del 17 marzo in una lettera al direttore di Libero (12 marzo). La triste conclusione cui l’ex presidente del Senato perviene è che: “Se mi si chiede che cosa significa essere italiano, quando siamo nati, come dove e quando abbiamo avuto il battesimo nazionale, io non so rispondere se non con la frase tipica di chi non sa bene che cosa dire, ’la questione è complessa.’” Credo di comprendere lo stato d’animo di Marcello Pera e per molti versi lo condivido. Tuttavia, vorrei provare a spiegare perché non sono del tutto d’accordo con la sua amara conclusione.
Sono nato più vicino a Tunisi che a Roma, Marcello invece proviene dalla regione accreditata di aver dato vita alla nostra lingua (la questione è lungi dall’essere chiara, se non ci fosse stata la Divina Commedia, altre regioni avrebbero potuto rivendicare la paternità del volgare). Dal punto di vista geografico, quindi, Pera sarebbe più qualificato di me a rispondere al quesito su cosa significhi essere italiano. Dante Alighieri lamentava: “Serva Italia di dolore ostello” già nel Trecento. Quasi contemporaneamente, Francesco Petrarca deplorava: “Italia mia, benché il parlar sia indarno alle piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse io veggio, piacemi almen che i miei sospir sian quali spera il Tevere e l’Arno e il Po, ove doglioso e grave or seggio.” Nel Trecento, quindi, almeno a questi spiriti eletti era ben chiaro che l’Italia esistesse se non altro in quanto nazione e che, quindi, i suoi abitanti fossero italiani, avessero abbastanza in comune da essere considerati connazionali.
L’Italia nazione esiste, quasi senza soluzione di continuità, da circa venticinque secoli, negarlo significherebbe ignorare la storia, le origini della lingua, la cultura che gli italiani hanno in comune e che costituiscono, ne sono certo, la ragione principale per cui Pera si sente orgoglioso di essere italiano. Come Stato unitario, invece, l’Italia ha appunto circa un secolo e mezzo di storia ed è, a mio avviso, sacrosanto che uno Stato unitario relativamente giovane festeggi il suo compleanno.
Del nostro Paese il settimanale britannico The Economist anni fa ebbe a scrivere che è quanto di più antico e moderno ci sia nel mondo occidentale e che l’Italia ha avuto la più profonda influenza civilizzatrice in Europa. Con un po’ di comprensibile esagerazione, l’ex sovrano dell’Afghanistan mi disse, quando andai a trovarlo a Kabul: ‘Più studio più mi convinco che l’unica civiltà occidentale è l’italiana. C’è stata anche Atene ma è stata soltanto una parentesi.’”.
Pera si chiede come dove e quando abbiamo avuto il battesimo nazionale. Sono convinto che, nel corso del Risorgimento, molte siano state le occasioni nelle quali italiani provenienti da regioni diverse abbiano combattuto assieme per l’unità della Patria. Né posso negare che la prima guerra mondiale sia stata una straordinaria occasione nella quale, con abnegazione ed eroismo, italiani di tutte le latitudini abbiano combattuto e versato sangue assieme per quella che consideravano una causa comune, un interesse nazionale. Non condivido questa tesi, concordo con Croce e con Giolitti che l’intervento italiano nella Grande Guerra sia stato un grave errore. Ma la guerra c’è stata e gli italiani l’hanno vinta al costo di perdite umane gigantesche e sacrifici immani, ed erano italiani che, anche se con accenti diversi, parlavano la stessa lingua, combattevano e morivano sotto e per la stessa bandiera. Altro che “battesimo nazionale”!
Quando io siciliano vado in una regione settentrionale (per me anche la Campania lo è), noto le differenze di abitudini, di accenti e di gusti; ma basta che attraversi il confine e vada in Svizzera o in Francia e, come d’incanto, mi rendo conto di quanto abbiamo in comune un milanese o un padovano ed io rispetto ai cittadini del paese in cui ci troviamo. Quell’elemento comune, che è molto più forte di quanto si pensi, costituisce la nostra identità nazionale, il nostro essere italiani. Del resto, chi non si commuove di fronte alle bellezze di Venezia, Firenze o Roma, percependo che l’arte e la cultura che esse testimoniano sono patrimonio culturale comune di tutti noi italiani e solo di noi?
Noi dobbiamo tutto all’Italia – la nostra lingua, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra civiltà, e le libertà e il benessere di cui godiamo sono il risultato dei sacrifici delle generazioni d’italiani che ci hanno preceduto. Guardate i nostri militari, dei quali abbiamo mille ragioni di essere orgogliosi, e vi renderete conto che non portano le stellette per la loro regione o per la loro provincia, ma per la loro, la nostra, Patria.
Naturalmente ciò non significa che tutte le decisioni debbano essere prese a livello centrale, molte devono anzi essere devolute a entità locali, ma questo non è affatto in contrasto con la nostra identità nazionale né con l’esistenza dello Stato italiano.

Antonio Martino