Lo stupro della Costituzione

Non appartengo alla corrente di pensiero che si dice convinta che la nostra Costituzione sia la “più bella al mondo”; ritengo, anzi, che sia inadatta ai nostri tempi e che debba essere modificata. Sono però convinto che, fintantoché ciò non accade, essa vada rispettata correttamente, anche da quanti la elogiano sperticatamente per poi violarla spudoratamente.
Mi riferisco a un problema non nuovo (esiste dal 1995) ma sempre attuale: l’ammissibilità della mozione di sfiducia individuale, rivolta cioè a un ministro. La cosa si ripropone per via della presentazione di una siffatta mozione da parte dei parlamentari del Movimento 5 stelle ai danni del ministro Cancellieri. Nello Statuto Albertino esisteva l’istituto della revoca: il presidente del Consiglio che, per un qualsiasi motivo, volesse sostituire un suo ministro, sottoponeva al sovrano un provvedimento di revoca. Se il re controfirmava, il ministro in questione veniva sostituito da altri su proposta del presidente del Consiglio, controfirmata dal sovrano.
I nostri costituenti si posero il quesito circa il mantenimento della revoca nella Costituzione repubblicana e, dopo avere dibattuto, pervennero alla conclusione negativa: la responsabilità degli atti compiuti dai singoli ministri non era, a loro avviso, individuale ma collegiale, cioè ricadeva sull’intero governo. La decisione si inquadra nell’orientamento generale del legislatore costituente che, scottato dall’esperienza del ventennio fascista, voleva a tutti i costi evitare di rendere possibile la formazione di governi forti, in grado di abusare del loro potere.
Che la sfiducia individuale sia contraria, quindi, alla nostra Costituzione è ammesso da quasi tutti i testi di diritto costituzionale esistenti. O meglio, lo era sino alla decisione della Corte Costituzionale sul caso Mancuso. Il ministro di Giustizia del governo Dini, Filippo Mancuso, venne fatto oggetto di mozione di sfiducia individuale, che fu approvata dal Parlamento. La Corte Costituzionale, richiesta di un parere sulla costituzionalità di siffatta mozione, improvvidamente espresse opinione favorevole. Quella decisione rappresenta una macchia indelebile sulla Corte, mettendone a nudo la faziosità e la totale mancanza di rispetto per quella Carta che essa dovrebbe proteggere e fare rispettare.
Da allora le mozioni di sfiducia individuale si sono moltiplicate, anche se non sempre hanno avuto successo. Il loro fallimento, tuttavia, non è da ascrivere a merito della Corte, essendo più semplicemente dovuto alla mancata approvazione da parte del Parlamento.
Ai nostri giorni, quando le violazioni della Carta si moltiplicano per numero e gravità, il caso da me riferito può apparire marginale, e forse lo è, ma è lungi dall’essere insignificante. Esso documenta infatti una prassi radicata costituita dalla sistematica violazione della Costituzione vigente, in qualche caso persino con la connivenza della Consulta. La si smetta, dunque, di lasciarsi andare a sperticati quanto risibili elogi della nostra Costituzione e, invece di continuare a violarla spudoratamente, si riconosca che essa necessita di una revisione profonda quanto indilazionabile.
Molti dei problemi dell’Italia nascono proprio dall’obsolescenza della nostra Costituzione che ha di fatto sancito la ingovernabilità del Paese, consentendo come se non bastasse la cancellazione del principio fondamentale della divisione dei poteri. La depressione economica, la crisi politica e sociale dell’Italia sono in larga misura la conseguenza dell’inadeguatezza della nostra Costituzione. Essa va rispettata finché non verrà modificata; ma non creiamoci illusioni: l’Italia non si salverà senza una profonda riforma costituzionale.