Molti dubbi e poche certezze

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Molti dubbi e poche certezze Antonio Martino, Il Tempo 29 aprile 2012 I nostri sono tempi complicati e in molti ci interroghiamo preoccupati su cosa ci riservi il futuro prossimo venturo. Forse a qualcuno potrà interessare a quali conclusioni sia giunto io dopo una meditata riflessione. Sotto il profilo economico, come ho già detto più volte su queste colonne, temo che l’Europa intera stia entrando in una fase di recessione che potrebbe essere prolungata e profonda. Mark Twain sosteneva che a fare correre i cavalli è una differenza di opinioni: se tutti pensano che vincerà il cavallo bianco, la corsa non ha luogo perché nessuno scommette sul nero. Analogamente, la Borsa funziona solo se c’è un contrasto di opinioni: quelli che prevedono un rialzo possono acquistare da quelli che si aspettano un calo; se, invece, tutti vogliono comprare, nessuno può farlo perché non trova chi voglia vendere. Se in una zona un paese adotta una politica recessiva e un altro un’espansiva, le conseguenze delle due si compensano e risultano attenuate. Se, invece, ventisei paesi perseguono simultaneamente politiche recessive, l’impatto è amplificato e può risultare devastante: è quanto, grazie al fiscal compact, sta accadendo in Europa. Tentare di pareggiare il bilancio con aumenti d’imposte quando la spesa pubblica assorbe ben oltre la metà del reddito nazionale è futile e autolesionista. Futile perché il tentativo è certamente destinato a fallire, autolesionista perché infligge al paese recessione e disoccupazione. Pareggiare il bilancio in Italia oggi significa pretendere di prelevare con i tributi il 52% del reddito al contribuente medio; quanto dovrebbero sborsare coloro che hanno redditi superiori alla media, il 60 o 70 per cento, e le imprese il 90 o più percento? Solo un folle può credere che la crescita sia possibile in queste condizioni. Sotto il profilo politico la situazione non è migliore: da un lato la diffusa, spudorata sfiducia nella democrazia, nella possibilità cioè che una nazione libera sia in grado di autogovernarsi, non promette nulla di buono. D’altro canto la cosiddetta antipolitica è largamente alimentata dallo scempio dell’uso dei nostri soldi destinati a finanziare i partiti. Le invettive contro la “casta” sono in gran parte assolutamente fondate e condivisibili, ma almeno in parte sono soltanto il frutto della diffusione dell’invidia. Come ci ha insegnato Schoeck nel suo splendido volume dedicato all’argomento, l’invidia da sola non può fare danno alcuno. Sono i tentativi di placarla a fare danno e sono anche destinati a fallire, perché l’invidia cresce, non diminuisce, al diminuire delle differenze. Bill Gates o Silvio Berlusconi sono molto meno invidiati di quanto sia un collega che riceve una promozione o un modesto aumento di stipendio. Quest’ultimo è meno invidiato se vince una somma enorme alla lotteria di quanto non sia per l’aumento di paga (anche perché nel primo caso non c’entra il merito, ma solo la fortuna). Infine, ma più importante, da parte persino di persone assennate e giudiziose si comincia a sostenere che la colpa di tutto è di un non meglio precisato “capitalismo finanziario” che, per soddisfare l’avidità di banchieri e uomini d’affari, provoca crisi e l’impoverimento generalizzato dei deboli. Su questo punto, a differenza degli altri due, credo di potere commentare con tranquilla coscienza che si tratta di una conclusione immotivata e priva di fondamento. Sono indotto a ciò dalla consapevolezza che il trentennio 1980 – 2010 è stato di gran lunga il più prospero e il più progressista nella millenaria storia dell’umanità. Mai la nostra ricchezza e il nostro reddito erano cresciuti tanto, mai la durata della vita e la sua qualità erano aumentate di tanto, mai si erano verificate in soli trent’anni tante scoperte scientifiche in tutti i campi: dalla farmaceutica alla medicina, dalla diffusione di informazioni ai trasporti e così via. Non solo, ma mai erano scomparse tante orribili dittature (a cominciare dall’URSS), mai i tassi d’inflazione erano diminuiti tanto, mai la circolazione internazionale di beni, servizi e capitali era cresciuta tanto. Il mercato libero, una delle scoperte fondamentali dell’umanità, ha funzionato egregiamente e continuerà a farci progredire, malgrado gli sforzi di politicanti, tecnocrati ottusi e finti esperti, volti ad impedirne il funzionamento. Con buona pace di Van Rompuy, Don Pollo e simili.