Passato e Futuro per l’Euro

Due americani storici dell’economia, Michael Bordo (Rutgers) e Harold James (Princeton) hanno recentemente pubblicato uno studio (“The European Crisis in the Context of Previous Financial Crises,” NBER giugno 2013), di cui dà conto The Economist. Gli autori esaminano episodi di patologia finanziaria del passato per spiegare la crisi dell’euro e prevedere il suo probabile futuro.
Gli autori esaminano le fragilità di un altro sistema monetario per spiegare quelle della moneta europea: il sistema aureo. L’euro ha una sua banca centrale (la BCE), che era assente nel gold standard, ma ad essa è dato l’obiettivo di mantenere la stabilità monetaria non quello di controllare le variazioni dei rapporti di cambio fra la moneta europea e le altre monete. Il sistema aureo vero era un sistema a moneta unica, tutte le monete altro non erano che nomi diversi per quantità diverse della stessa moneta. I rapporti di cambio erano dunque fissi per definizione: un etto sarà sempre uguale a cento grammi. Le banche centrali dei vari paesi avevano l’unico obiettivo di mantenere fisso il prezzo dell’oro espresso nella moneta del loro paese.
In quel sistema, un saldo attivo nei conti con l’estero obbligava la banca centrale ad acquistare oro e consentire alla quantità di moneta di espandersi; grazie alla crescita monetaria la spesa interna aumentava e il saldo attivo era corretto. Il contrario accadeva in caso di deficit estero. L’unica somiglianza fra la moneta dei 17 paesi dell’eurozona e il sistema aureo consiste nel fatto che i loro tassi di cambio sono fissi, dato che usano la stessa moneta.
Gli autori sostengono che le ragioni che condussero all’abbandono del sistema aureo valgono anche per l’euro; si tratta di tre “trilemmi”, ognuno dei quali consente di avere solo due delle tre opzioni. Il primo trilemma è che se il cambio è fisso (un euro è un euro ovunque nell’eurozona), e i movimenti di capitali sono liberi, i singoli stati della zona euro non hanno una politica monetaria, non possono cioè controllare la quantità di moneta in circolazione. Secondo i due autori, avere cambio fisso e libertà di movimento di capitali non priva i singoli stati soltanto del controllo sulla quantità di moneta ma anche della stabilità finanziaria e può rivelarsi persino incompatibile con la democrazia.
Il primo dei tre trilemmi esisteva anche nel gold standard: la quantità di moneta in circolazione era determinata dal saldo dei conti con l’estero non dalla banca centrale, che pochissimo poteva fare per salvaguardare la stabilità monetaria del paese. Fino al 1914 questo sistema ha funzionato correttamente: le variazioni della circolazione monetaria interna correggevano gli squilibri nei conti con l’estero e la parità aurea reggeva. Le cose cambiarono dopo la Grande Guerra perché il tentativo di ripristinare la convertibilità aurea, dopo la sospensione resa indispensabile dalle spese belliche, diede vita ad un sistema aureo fasullo, cui l’euro somiglia più che non a quello autentico.
Le variazioni della quantità di moneta, che prima del 1914 erano tollerate e realizzavano il riequilibrio dei conti con l’estero, ora non erano più accettate da tutti i paesi. Le banche centrali compensavano gli aumenti o le diminuzioni della massa monetaria per evitare i costi sociali a esse connesse (deflazione in caso di deficit, aumento dei prezzi interni in caso di surplus). Essendo fisso il cambio, le mancate variazioni della liquidità interna significavano che non esisteva processo di aggiustamento degli squilibri.
Il secondo trilemma consiste nelle conseguenze dei movimenti dei capitali in un regime di cambi fissi sulla stabilità finanziaria: la fuoriuscita di capitali a cambio fisso mina la solvibilità di molte banche, prima le più piccole, poi via via quelle sempre più grandi e alla fine l’intero sistema bancario. Non esistendo banche centrali nazionali, non è detto che la BCE possa salvare sistema bancario dopo sistema bancario dei vari paesi.
Il terzo trilemma è il più pericoloso: cambi fissi e libertà di movimento dei capitali finiscono col mettere a repentaglio la sopravvivenza della democrazia. L’esempio storico più eclatante è offerto dalla Germania: non fu l’iperinflazione di Weimar ma la disoccupazione di massa seguita alle politiche di austerità a portare Hitler al potere.. La fine dell’iperinflazione si ebbe col ritorno al sistema aureo, che tuttavia costrinse le autorità ad adottare politiche restrittive per difendere la parità del marco. L’esasperata austerità fece perdere il lavoro a moltitudini di lavoratori che ingrossarono le fila dei nazisti favorendo l’ascesa di Hitler.
L’euro è in crisi profonda e non percepita: la disaffezione d’italiani, greci, spagnoli portoghesi e anche cittadini di alcuni stati del nord dell’Europa è in aumento. Se finora il numero di quanti chiedono l’abbandono della moneta europea è contenuto (ma Alternative fur Deutschland in Germania e UKIP in Inghilterra hanno ottenuto il 25% dei voti), è solo perché ci si rende conto che il processo non sarebbe indolore, ma i meccanismi evidenziati dai due storici dell’economia sono all’opera come da essi sostenuto. Faremmo bene a non prendere la cosa sotto gamba.