Patrimoniale? No, grazie

Il primo a essere colpito da questa nuova, grande idea è stato (i casi della vita!) Giuliano Amato che ha indicato quella che, come tutti avrebbero dovuto sapere da sempre, è la soluzione ottima: per abbattere lo stock di debito pubblico, basterebbe un’imposta patrimoniale a carico di tutti gli italiani. “Il nostro debito totale ammonta a circa 30.000 euro per italiano. Non è così gigantesco. Un terzo di questo debito abbattuto metterebbe l’Italia in una zona di assoluta sicurezza. Significherebbe pagare 10 mila euro a cittadino. Ma siccome gli italiani non sono tutti uguali, potremmo mettere la riduzione a carico di un terzo degli italiani. A quel punto sarebbero 30 mila euro per un terzo degli italiani. Magari in due anni. Secondo me è sopportabile.”

L’autore di questa strabiliante proposta, prima di essere chiamato a presiedere il prestigioso Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, ha ricoperto importanti incarichi politici. Forse i più giovani non lo ricorderanno, ma nel 1992 fu lui da presidente del Consiglio ad adottare due decisioni che condussero a risultati disastrosi: anzitutto, mancò di onorare i debiti esteri dell’EFIM, il che scatenò la speculazione internazionale contro la lira. Luigi Spaventa aveva, dalle colonne di Repubblica, messo tempestivamente in guardia il presidente del Consiglio, chiedendogli di revocare la decisione, ma non fu ascoltato. Come se non bastasse, il capo del Governo decise anche di effettuare un prelievo forzoso sui conti correnti degli italiani, con conseguenze non meno gravi. Il furto ai danni dei depositanti produsse panico diffuso in Italia, indebolì ulteriormente la credibilità internazionale della nostra moneta e penalizzò arbitrariamente persone che si trovavano ad avere in conto corrente soldi non propri (per esempio appartenenti ai loro clienti).

Furono queste due decisioni che scatenarono la speculazione contro la lira che condusse il 16 settembre di quell’anno, la Banca d’Italia a sperperare sessantamila miliardi di lire nel tentativo vano di impedire la svalutazione della nostra moneta. I due responsabili di quell’infausta giornata sono tuttora considerati economisti illuminati: uno, il governatore della Banca d’Italia di allora, è senatore di diritto per essere stato presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi; l’altro, Giuliano Amato appunto, ritiene che i suoi successi passati lo autorizzino a impartire lezioni di politica economica oggi.

Venendo al merito della proposta, l’aritmetica di Amato è corretta: nel 2009 il debito pubblico totale è stato pari a oltre 1761 miliardi di euro che, divisi per i quasi sessanta milioni d’italiani, equivalgono a poco meno di trenta mila euro. Tuttavia, la correttezza aritmetica, anche se lodevole, non è sufficiente: dato che Amato parla della popolazione totale e non dei contribuenti, anche solo una piccola aggiunta mostra come la cifra sia lungi dal non essere gigantesca: una famiglia monoreddito di quattro persone dovrebbe far fronte a 120 mila euro di debito. Siamo certi che siano molte le famiglie che possono sborsare quella cifra in due anni?

L’entità del gravame, quindi, non sarebbe affatto lieve né sopportabile. Ma, supponendo che fosse possibile introdurre una stangata tanto micidiale, quali problemi risolverebbe? Il debito pubblico esiste e continua a crescere per l’ovvia ragione che le amministrazioni pubbliche spendono, anno dopo anno, più di quanto incassano. Fintantoché questi due flussi, di uscite ed entrate, saranno in passivo, il debito continuerà ad aumentare; la riduzione in un sol colpo di un terzo del debito esistente non risolve il problema dei flussi né dell’aumento conseguente dello stock di debito. Serve solo a impoverire le famiglie e le imprese ma non risana stabilmente le pubbliche finanze. Non si vede, quindi, a cosa alluda il Nostro quando blatera di “assoluta sicurezza” per l’Italia.

Infine, pensate a due fratelli: uno, dissoluto giocatore d’azzardo, perde continuamente somme enormi, l’altro laborioso e parsimonioso si vede costretto a pagare i debiti di gioco del primo. Anche ammesso che il secondo abbuoni al primo un terzo di quanto gli deve, finché questo continua a giocare e perdere, i suoi debiti continueranno a crescere. L’analogia è ovvia: punire i privati che fanno credito allo Stato e premiare quest’ultimo per la sua dissennatezza non è soltanto controproducente, è anche immorale. Solo credendo che le spese pubbliche siano sacrosante e i risparmi privati immondi si può sostenere una proposta così manifestamente oscena.

Antonio Martino, 27 gennaio 2011