Riflessione sui Conti Pubblici

Ho ripreso in mano l’Appendice della Relazione annuale del governatore della Banca d’Italia di quest’anno e ho riscoperto alcune cifre che meritano di essere commentate. Nel 2012 le amministrazioni pubbliche, centrale e locali, hanno incassato 753.449 milioni di euro e ne ha spesi 801.082, contraendo nuovi debiti per 47.633 milioni di euro. Si tratta di cifre spaventose: ogni minuto che passa le spese pubbliche aumentano di 1.520.000 euro, le entrate di 1.430.000, i debiti di 90.000. Per dirla con Oscar Wilde, “Il tempo è spreco di denaro”! Lasciamo la dimensione temporale e passiamo a quella spaziale. Considerando che una banconota da 100 euro è lunga 147 millimetri, le spese pubbliche del 2012 avrebbero consentito di dare vita ad una striscia di banconote da 100 euro lunga 4,6 volte l’equatore!
Tuttavia, il dato più significativo non è costituito dall’enormità delle spese totali, pari al 51,14% del prodotto interno lordo, cioè a circa 13.350 euro per ogni italiano, di qualsiasi età o condizione sociale (chi crede che le amministrazioni pubbliche forniscano servizi di valore  pari a circa ∈ 53.400 a ogni famiglia di quattro persone?), ma il suo finanziamento.
Le entrate prodotte dalle imposte dirette sono state pari al 15,15% e la cosa è strabiliante: com’è possibile che un sistema di aliquote ferocemente progressive che mette in ginocchio famiglie e imprese frutti così poco? Le imposte dirette comprendono l’Ire, quella sul reddito delle persone fisiche, l’Ires, su quello delle società, e l’Irap quella, infausta, sulle attività produttive. Una sola aliquota, diciamo, del 16% avrebbe, ceteris paribus, fruttato di più all’erario e contemporaneamente avrebbe fornito un incentivo formidabile all’investimento, all’occupazione e allo sviluppo. Se il presidente Letta vuole davvero attirare capitali esteri che aiutino la nostra crescita, smetta di raccontare favolette sulle meraviglie del nostro stato di diritto, e faccia questa indolore e radicale riforma. Vedrà che l’afflusso di capitali dall’estero aumenterà esponenzialmente.
Letta non solo non lo farà, ma non prenderà nemmeno in considerazione un’idea semplice come questa, perché la sua ispirazione ideologica è il cattocomunismo, l’ideologia della sinistra democristiana di cui il suo maestro Beniamino Andreatta è stato esponente di primo piano. Né una coraggiosa decisione in questo senso sarebbe ben accetta agli ex-comunisti del Pd e contro di essa si scaglierebbe, credo, persino un centrista come Pierferdinando Casini. Nel periodo 2001-06, l’Udc si oppose fieramente alla riduzione delle aliquote più alte perché Marco Follini la considerava un regalo fatto ai ricchi, cosa del tutto falsa. Ormai quasi tutti dovrebbero aver capito che l’unico modo per ottenere che anche i ricchi paghino le imposte è di ridurre non aumentare le aliquote.
In tempi recenti, il primo a comprendere questa verità apparentemente paradossale - fu un Presidente degli Stati Uniti: "E' verità paradossale che le aliquote d'imposta sono oggi troppo alte e il gettito delle imposte troppo basso, e che il modo migliore per aumentare alla lunga il gettito è quello di tagliare le aliquote." Ronald Reagan? No, John Kennedy. Grazie alla riforma di Kennedy, che nel 1960 tagliò l'aliquota massima dell'imposta sul reddito delle persone fisiche dal 91% al 70%, il gettito aumentò di oltre il 50% in cinque anni. La riduzione successivamente realizzata da Reagan, del 30% per tutti, portò l'aliquota marginale massima al 28%.: la diminuzione delle aliquote fece raddoppiare il gettito dell'imposta sul reddito in dieci anni, da 517 a 1.035 miliardi di miliardi di dollari.
In entrambi questi casi, e in innumerevoli altri precedenti e successivi, la riduzione delle aliquote non solo ha fatto aumentare il gettito, ma ha anche grandemente contribuito a far gravare l'onere tributario più sui contribuenti ricchi che sugli altri. Grazie alla riforma di Kennedy il carico fiscale sopportato dai contribuenti con più di 50 mila dollari di reddito all'anno passò dal 12 al 15 per cento del totale; grazie a quella di Reagan, l'uno per cento più ricco, che nel 1981 sopportava il 17,6% del carico fiscale, nel 1988 passò a pagarne il 27,5%. In entrambi i casi, il taglio delle aliquote, com’era già accaduto negli anni '20 con la riforma di Coolidge, ha fatto aumentare il gettito e resa più equa la distribuzione del carico fiscale.
Ma non creiamoci soverchie illusioni: ai cattocomunisti non interessano le conseguenze delle loro politiche o di quelle alternative, a loro interessano solo le intenzioni: le loro sono nobili per definizione, quelle di quanti non la pensano allo stesso modo saranno, quindi, malvagie, grette, egoiste o criminali. Non discutete mai con un dogmatico assolutista, è una perdita netta di tempo.