Scampato pericolo

Antonio Martino, 18 aprile 2003
Romano Prodi non ce l’ha fatta, ma vale lo stesso la pena di occuparsi di lui. Il suo debutto ebbe luogo con la vittoria del concorso a cattedra di Economia politica, al quale si era presentato producendo un solo lavoro sul mercato delle piastrelle di Sassuolo (sic). Il responsabile di questa nefandezza, perpetrata per gli indubbi meriti cattocomunisti del candidato (Beniamino Andreatta), se ne vergognava talmente che non consentì mai al Nostro di dargli del tu. In conseguenza, Prodi presidente del Consiglio si rivolgeva al ministro della Difesa così: “Cosa ne pensa lei, professor Andreatta?”
Candidato del centro-sinistra alla presidenza del Consiglio nel 2006, il suo curriculum in rete nella prima versione recitava: “Divenuto professore associato in età giovanissima…”. Peccato che la figura di professore associato sia stata creata alcuni decenni dopo che Prodi aveva vinto la cattedra! Il curatore della sua biografia si vide quindi costretto a ridimensionare il suo modello, degradandolo a professore incaricato. Né Prodi ha smesso di abbellire il suo curriculum: recentemente Giuliano Ferrara ha raccontato sul foglio come sul sito della Brown University a Prodi venivano attribuite due lauree e un Ph. D. alla London School of Economics. Salvatore Merlo fece quindi alcune ricerche dalle quali fu evidente che la laurea era una sola e che il Ph. D. alla Lse non era mai stato conseguito. La risposta della Brown al quesito su come mai la bufala apparisse sul loro sito si limitò ad addossarne la responsabilità a precedenti dipendenti dell’università. E quella piccata della segreteria di Prodi è consistita nel sottolineare la loro completa estraneità alla vicenda. Il povero Oscar Giannino, evidentemente, ha ancora molto da imparare.
Il Nostro è stato presidente dell’IRI dal 1982 al 1989 e dal 1993 al 1993. In passate occasioni si è detto orgoglioso della sua gestione, che considera "modello" per l'Italia Dal 1982 al 1989 l'IRI è passata da un passivo di 2.610 miliardi di lire a un attivo di 1.664. Risanamento? Non proprio: ha ridotto l'occupazione di circa 140 mila unità; l'indebitamento complessivo è passato da 32 mila a 45 mila miliardi, pur avendo ricevuto cospicui aiuti statali. Dal 1982 al 1989 l'IRI ha ricevuto dallo Stato ben diciottomila miliardi. La cessione dell'Alfa Romeo (1986) fu un regalo alla Fiat: venduta per 550 miliardi, una società nella quale l'anno prima l'IRI aveva "investito" 700 miliardi! Lo stesso Prodi aveva definito, nel settembre 1993, l’IRI "un Vietnam personale" (Giuseppe Sarcina, "L'Iri, il Vietnam del Professore", Corriere della Sera, 25.2.1996). Sorvolo sulla (s)vendita della Cirio, altro capolavoro del mitico presidente dell’IRI, e passo ai successivi trionfi del grande figlio di Bologna. [1]
Nel 1996, grazie al ribaltone alla defezione della Lega e con la benedizione del presidente della Repubblica, avendo il centrosinistra “vinto” le elezioni, Prodi diventa presidente del Consiglio. Tuttavia, la sua performance non entusiasma i suoi sostenitori del Pds e così, nell’ottobre del 1998, l’azione congiunta di Massimo D’Alema e Fausto Bertinotti riesce a por termine al governo Prodi, passando a un esecutivo presieduto da D’Alema e del quale inizialmente faceva parte anche il missino Misserville (costretto quasi subito alle dimissioni per aver paragonato D’Alema a Benito Mussolini, sic). Per compensare Prodi del danno arrecatogli, D’Alema accettò un aggravio del contributo italiano all’Europa di circa quattromila miliardi, ottenendone in cambio la nomina del suo predecessore a presidente della Commissione europea.
In questa veste, Prodi fu inizialmente oggetto di consigli e di critiche della stampa internazionale che poi, scoraggiata per non avere ottenuto risultato di sorta, passò a sbeffeggiarlo, schernirlo e ridicolizzarlo. Nel 2001 a una cena a Bruxelles la rappresentante permanente alla NATO di un grande paese europeo mi chiese: “Lei capisce il presidente Prodi?” Per carità di patria, le suggerii che forse lei aveva difficoltà a capirlo per via della barriera linguistica. La risposta fu: “Il presidente Prodi è incomprensibile in tutte le lingue”!
Quanto sopra è solo una versione sintetica e lacunosa dei prodigi operati da RP. Manca del tutto un riferimento alla sua attività di ministro dell’Industria, alla creazione della GEPI, ai mirabili studi di Nomisma, all’insegnamento in Cina, ai due governi da lui presieduti (durati entrambi diciotto ingloriosi mesi) ai rapporti con la Russia, al lavoro svolto nel Mali, eccetera. Ma credo, che pur nella sua parzialità, dovrebbe essere sufficiente a comprendere perché non possiamo privarci di un uomo della sua levatura.
[1] Per un più dettagliato resoconto delle prodiane prodezze, rimando al bell’articolo del Foglio di sabato 20 aprile.