Siamo alla fine?

Euro, un esperimento fallito

Robert Barro, professore di economia a Harvard e uno degli economisti americani più stimati, si è occupato dell’euro e del suo futuro in un editoriale del Wall Street Journal (“An Exit Strategy From the Euro”, 10 gennaio). La sua conclusione è molto simile a quella da me espressa su queste colonne: “L’euro è stato un esperimento nobile, ma è fallito. Invece di sciupare risorse per tentare di salvarlo, per esempio con la creazione di fondi di soccorso, sarebbe preferibile che l’Unione Europea e gli Stati studiassero il sistema migliore per tornare alle monete nazionali.”

Barro parte da una considerazione: sette paesi membri da poco dell’UE (Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania) hanno annunziato che intendono rivedere gli impegni presi per adottare la moneta comune. Due membri dell’UE che non hanno scelto l’euro (UK e Danimarca), che hanno la possibilità di restare fuori dall’euro, hanno assistito a un notevole cambiamento delle loro pubbliche opinioni in senso contrario alla moneta europea. Quanto alla Svezia, un recente sondaggio ha svelato che l’ottanta per cento degli svedesi sono contrari all’euro, solo l’undici per cento si è detto favorevole.

Stando così le cose, sostiene Barro, anch’io ho cambiato idea. Negli anni ’90 ero convinto che il Regno Unito dovesse adottare la moneta europea perché ciò avrebbe favorito i movimenti di beni, servizi e capitali con l’Europa continentale. Oggi Barro è convinto che la moneta comune da sola non possa reggere e che i tempi non siano maturi per trasformare i paesi membri dell’UE in un unico Stato. “Una moneta comune richiede una banca centrale con poteri di prestatrice di ultime istanza con importanti implicazioni di natura fiscale.” Le condizioni per realizzare un’unica politica fiscale affidata a un governo unico non sono oggi presenti, molto meglio quindi rinunziare all’euro e tornare alle monete nazionali.

Fin qui Barro non dice nulla che non sia stato già sostenuto. Conservo una lettera di Milton Friedman nella quale, dopo avere espresso la sua sorpresa per la rapidità della convergenza delle politiche fiscali dei paesi dell’eurozona, mi raccomanda di suggerire alla Banca d’Italia di mantenere intatta la sua capacità di stampare le lire! Quello che distingue l’analisi di Barro da quelle più diffuse è che egli suggerisce anche come passare dall’euro alle monete nazionali.

La Germania, essendo il paese più grande, dovrebbe guidare il processo creando una moneta parallela, il “nuovo marco”, e fissandone il valore a un euro. I possessori di titoli di Stato tedeschi in euro avrebbero la garanzia di poterli convertire al nuovo marco fino a una certa data. I contratti privati potrebbero essere completati in euro o in nuovi marchi entro lo stesso periodo. Per un certo periodo nuovo marco ed euro circolerebbero in parallelo, poi l’euro scomparirebbe per lasciare il posto al solo marco.

Analogamente, gli altri paesi dovrebbero fare altrettanto: non a caso l’Italia è il primo dei paesi considerati dall’economista americano. Egli è convinto che l’affidabilità di titoli italiani denominati in lire anziché in euro sarebbe maggiore, perché l’Italia troverebbe più semplice fare fronte alle sue obbligazioni se in moneta nazionale invece che in euro. Barro non ha in mente la monetizzazione del debito (cioè l’inflazione) ma la maggiore fiducia che i risparmiatori avrebbero nei titoli di nuova denominazione e il migliore funzionamento del sistema complessivo.

I paesi oggi inclusi nell’eurozona disporrebbero della sovranità monetaria e potrebbero correggere eventuali squilibri nei conti con l’estero con variazioni del tasso di cambio. Queste ultime non godono oggi di buona stampa perché evocano le giustamente deprecate svalutazioni competitive. Ma le due cose sono molto diverse: le svalutazioni imposte dalle autorità monetarie per accrescere il vantaggio delle nostre esportazioni rispetto a quelle di altri paesi sono un fatto molto negativo perché inducono gli altri paesi a fare lo stesso in un processo destinato a durare con danno per tutti. Le variazioni del cambio che il mercato determina per correggere squilibri di bilancia dei pagamenti sono ben altra cosa: è molto più facile che il cane scodinzoli anziché sia la cosa a fare muovere il cane. Voglio dire che la variazione del cambio è molto meno penosa della variazione di tutti i prezzi e redditi interni.

Prendere una decisione del genere non significherebbe per nulla un arretramento del processo europeo: una volta curati gli enormi problemi creati dalla moneta unica, potremmo – finalmente! – concentrarci sugli autentici obiettivi europei: politica estera e di difesa, spianando così la strada per andare verso gli Stati Uniti d’Europa.

Antonio Martino, da Il Tempo, 18 gennaio 2012