Sostituti d’imposta

Le discussioni in corso suggeriscono l’opportunità di ricordare un’ovvietà troppo spesso dimenticata. Sono contribuenti le persone fisiche e soltanto esse: sarebbe splendido se fossero le persone giuridiche a pagare le imposte, pagherebbero solo loro e noi saremmo esenti dai balzelli vari che ci vengono imposti a getto continuo. Sono invece sostituti d’imposta le persone, fisiche o giuridiche, che incassano senza compenso tributi che versano all’erario.
Sono sostituti d’imposta, per esempio, le imprese che versano al fisco le trattenute, sociali o tributarie, che operano sulla busta paga dei loro dipendenti. Con i radicali proponemmo un referendum per la loro abolizione, che non raggiunse il quorum. L’idea era che le imprese versassero l’intera somma corrispondente al costo del lavoro al dipendente e questi pagasse gli oneri contributivi e tributari all’erario.
Sarebbe stata un’operazione di trasparenza: i lavoratori avrebbero percepito chiaramente quanto il fisco sottraeva ai loro redditi. L’obiezione secondo cui, in un sistema siffatto, l’evasione sarebbe aumentata, è priva di fondamento. Se il fisco, in base alle dichiarazioni degli imprenditori avesse fatto pervenire ai lavoratori una bolletta indicante l’importo dovuto, gli interessati si sarebbero comportati come già fanno con le bollette di telefono, luce e gas: avrebbero pagato.
Oggi si discute dei provvedimenti adottati dal governo a danno delle banche e in genere ci si chiede se sia giusto o meno infierire sugli istituti di credito. La discussione è priva di senso: le banche, come le imprese, non pagano tributi, si limitano a esigerli. Banche e imprese sono solo intermediari di due flussi pecuniari: uno in entrata, proveniente dai loro clienti, l’altro in uscita, destinato ai proprietari dei fattori produttivi da esse impiegati – lavoratori, azionisti, creditori. Ciò che versano al fisco proviene dalle tasche dei clienti, che pagano prezzi più alti per quanto acquistano, o da quelle dei lavoratori, azionisti e creditori, che incassano meno di quanto avrebbero in assenza di imposte.
Tassare le banche o le imprese è espressione scorretta, i tassati sono esclusivamente persone fisiche; si dovrebbe dire tassare, per il tramite di banche o imprese, la gente. Quest’ovvietà non è stata evidentemente spiegata al dottor Renzi, né al ministro Padoan. Qualcuno dovrebbe farlo.
La celebre massima di Frank Knight, secondo cui “Il guaio non è che tanta gente sa così poco di economia, ma che sanno tante cose che sono sbagliate” vale anche per il nostro governo.
Intanto il governo Renzi procede implacabile con la sua azione riformatrice – come un “rullo compressore”, per usare l’espressione a lui cara. Ha abolito le province? Niente affatto, le ha solo ribattezzate; con risparmio per lo Stato? No, con un aumento delle spese. Ha elargito ottanta euro a milioni di persone ma nessuno sembra curarsi da dove vengano quei soldi. Il ministro dell’Economia sostiene che solo se l’elargizione sarà duratura i consumi aumenteranno. Non sembra curarsi del fatto che quanti, a causa di essa, avranno meno soldi spenderanno meno, e non è per nulla detto che l’effetto netto sia positivo, nullo o negativo.
Se volesse rilanciare reddito e occupazione il giovane toscano dovrebbe ridurre drasticamente i balzelli che gravano sugli immobili. Così facendo l’edilizia potrebbe poco per volta riprendersi, creando occupazione e reddito e facendo così aumentare gli incassi del fisco. Ma sembra che né Renzi né Padoan si siano dati la briga di seguire un corso d’introduzione all’economia.
C’è da sperare che, passata la sbornia di facili entusiasmi renzofili, quando le conseguenze di queste stupide velleità pseudo - riformiste verranno alla luce, si sia ancora in tempo per invertire la rotta e imboccare la via giusta, salvando l’Italia. Finché non la tasseranno, la speranza è un lusso che possiamo permetterci. Approfittiamone adesso, prima che sia troppo tardi.