Statica e dinamica nella politica di bilancio

L’anno scorso le amministrazioni pubbliche hanno speso quasi 795 miliardi di euro e ne hanno incassati poco più di 718, con un conseguente disavanzo di poco meno di ottanta miliardi. E’ evidente che se ne avessero incassati 795 il bilancio sarebbe stato in pareggio: questa è la visione statica del bilancio. Quello che è vero per l’anno scorso, tuttavia, non lo è necessariamente per l’anno prossimo: è tutt’altro che vero, infatti, che un aumento delle tasse e del gettito di ottanta miliardi garantirebbero il pareggio del bilancio l’anno prossimo. Questo per l’ovvia ragione che qualsiasi aumento di entrate viene inevitabilmente speso, anche prima che si sia realizzato. Volete qualche esempio? L’aumento dell’età pensionabile delle donne è visto da sempre con grande favore, fra gli altri, da Emma Bonino che ha già deciso … come andrebbe speso il connesso risparmio. L’aumento delle entrate determinato dail’introduzione dei pedaggi sul raccordo anulare di Roma è considerato accettabile dalla Polverini ma … a condizione che sia speso per le infrastrutture nel Lazio. E così via ad nauseam.
Il destino immancabile di ogni aumento di entrata è di suggerire ai politici nuove spese. Non è affatto detto, quindi, che quando aumentano le entrate il deficit si riduca: la storia dell’ultimo mezzo secolo è lì a dimostrare che se il gettito aumenta anche il deficit aumenta perché i politici spenderanno tutto l’aumento e anche qualcosa in più. Sembrerebbe che se vogliamo davvero fare qualcosa per limitare il deficit dobbiamo ridurre le spese; chi sostiene il contrario non sa nulla della storia del pubblico bilancio in Italia (e non solo):
Il risanamento, come ho avuto modo di ripetere senza sosta su queste colonne, va perseguito nella crescita, non nella recessione. Soltanto una vigorosa politica favorevole allo sviluppo economico può risolvere i nostri problemi finanziari; il tentativo di farlo anche a costo di rallentare lo sviluppo è condannato al fallimento. Gli Stati Uniti d’America hanno avuto un tasso di crescita annuo del 3% dal 1959 a oggi. Se l’Italia avesse fatto altrettanto, il Pil nel 2009 avrebbe superato gli 8.000 miliardi invece di fermarsi a meno di 7.500! Naturalmente, questa è una semplificazione grossolana, ma meno di quanto possa apparire: dal 1961 al 1990 il nostro tasso medio annuo di crescita è stato di poco inferiore al 5%, solo negli ultimi vent’anni è sceso molto sotto il 3%. In ogni caso, anche se semplificato, il calcolo illustra un fatto d’importanza cruciale: solo la crescita economica può tirarci fuori dai problemi finanziari. E’ quindi sbagliato considerare il bilancio in una prospettiva statica, rivolgendo lo sguardo al passato; bisogna guardare al futuro, alle conseguenze non volute delle scelte di politica economica.
Un aumento delle tasse non solo non riduce il deficit perché è inevitabilmente speso, ha anche conseguenze negative sulla crescita economica perché punisce il lavoro, il risparmio, l’intraprendenza e gli investimenti. Nessun paese ad alta fiscalità cresce rapidamente, nessun paese a bassa fiscalità ristagna.
Il federalismo fiscale di cui oggi tanto si discute dovrebbe trasferire potere impositivo dal centro alla periferia. Negli Stati Uniti, dove peraltro il federalismo è stato molto diluito nel corso del ventesimo secolo, negli ultimi anni il governo federale ha assorbito poco più del 20% del reddito nazionale. Se il nostro governo nazionale adottasse un’aliquota unica del 20% e lasciasse agli enti locali il potere di decidere autonomamente che tributi adottare e di che entità, scoprirebbe presto che i suoi incassi aumenterebbero e che i trasferimenti agli enti locali potrebbero essere considerevolmente ridotti se non azzerati.
Pensare, invece, di potere lasciare tutto invariato grazie ad aumenti d’imposte è insensato: non risanerà i conti pubblici, bloccherà ulteriormente la crescita, continuerà a fare aumentare le spese e, quanto al federalismo fiscale, creerà le condizioni perché non si realizzi mai.
C’è chi crede che il vantaggio dell’esperienza è di farti fare errori nuovi anziché ripetere i vecchi, ma questo vantaggio evapora se s’ignorano le più evidenti lezioni del passato. Per oltre mezzo secolo abbiamo continuato testardamente a ripetere gli stessi errori col risultato che il settore pubblico oggi assorbe la metà del reddito nazionale invece del 30% come nei ‘Cinquanta, la pressione tributaria media è di quasi il 45% ma, dal momento che grava soltanto su una popolazione di non molti sfortunati contribuenti, si sostanzia per chi le tasse le paga in un balzello del 50-60%, il tasso di sviluppo è di poco superiore all’errore statistico e la disoccupazione aumenta. Viene voglia di suggerire ai responsabili della politica economica di provare a commettere sbagli nuovi anziché incaponirsi a ripetere quelli di sempre!

Antonio Martino, 5 luglio 2010