Un discorso forse ancora attuale

Nell’autunno del 1988 una mattina lessi su il Giornale che Alfredo Biondi aveva proposto Gaetano (sic) Martino come segretario nazionale del PLI. Mio padre era morto nel 1967 e Alfredo non aveva proposto di farlo resuscitare, aveva invece suggerito che fossi io l’alternativa a Renato Altissimo come segretario del PLI. Presi, quindi, parte al Congresso nazionale e in quella occasione pronunziai un discorso che, a distanza di ventisei anni, mi sembra ancora attuale. Ve lo propongo, sperando possa interessare qualcuno. 

Cari Amici,

io vorrei che per un istante sollevassimo lo sguardo dalle appassionate vicende di questo Congresso per guardare ai problemi in una prospettiva di più ampio respiro.

In un discorso parlamentare del 15 aprile 1851 destinato a restare famoso, Cavour sosteneva che il perseguimento del comune obiettivo del progresso economico generale e del miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno agiate poteva essere affidato fondamentalmente ad uno dei seguenti due sistemi: da un lato quello basato sul “principio di liberta,… della libera concorrenza, del libero svolgimento dell’uomo morale ed intellettuale, e dall’altro quello fondato sull’allargare smisuratamente l’azione centrale… del Governo”.

Credo che quell’osservazione sia valida anche oggi. Allora come ora, le alternative possono in ultima istanza essere ridotte a due: quella statalista e quella liberale.

Nel corso di questo secolo in genere e negli ultimi venticinque anni in particolare, il metodo più largamente usato è stato quello statalista; non importa a quale indicatore si guardi – alla spesa pubblica pro-capite, alla fiscalità complessiva, all’indebitamento, al disavanzo, alla qualità e quantità di restrizioni alla libertà individuale ed alla proprietà privata – l’ingerenza burocratica nella vita dei cittadini è cresciuta a dismisura.

Per esempio, siamo passati da un costo del settore pubblico pro-capite a prezzi costanti di 1.732.000 lire nel 1960, ad uno di 9.060.000 lire nel 1987. Nel 1960 l’italiano medio lavorava fino al 29 aprile per lo Stato; nel 1987 ha dovuto lavorare fino all’8 luglio per lo Stato e solo il resto dell’anno per sé e per la sua famiglia.

Sembra arrivato il momento di fare un bilancio. Ora, a dire che lo statalismo è stato tentato ed ha sempre ed ovunque prodotto risultati deludenti sono anzitutto le cifre.

Basti pensare alla crescita dell’indebitamento, passato da 158.206 miliardi nel 1978 ad oltre un milione di miliardi nel 1988.

O al fatto che la sola spesa per interessi passivi nel 1987 (80.691 miliardi) è stata superiore all’intera spesa del settore pubblico di dieci anni prima.

Il finanziamento del debito pubblico ha sottratto risorse agli investimenti produttivi, riducendo il tasso di sviluppo a livelli molto inferiori alle potenziali capacità del nostro sistema economico.

Ma soprattutto questa montagna di debiti ha sclerotizzato l’economia: pensate a quante imprese piccole, medie, grandi o gigantesche si sarebbero potute creare se quel milione di miliardi fosse stato destinato a scopi produttivi. Il dissesto pubblico ha quindi ridotto il numero delle iniziative, proteggendo le imprese esistenti dalla concorrenza dei produttori potenziali. Vorrei se ne ricordassero i fautori di una legislazione anti-trust.

Lo statalismo ha distrutto opportunità di lavoro e prodotto disoccupazione diffusa. Stupirà gli adoratori dell’intervento pubblico, ma dal 1981 al 1987 mentre le spese pubbliche total,i sono aumentate di oltre il 130%, il numero complessivo degli occupati è aumentate di sole 293.000 unità, mentre la forza lavoro cresceva di 1.230.000.

In soli otto anni siamo quindi riusciti a creare quasi un milione di disoccupati in più.

Né la cosa stupisce dal momento che nel 1987 la retribuzione netta ha costituito solo il 54,8% del costo del lavoro, il che significa che la fiscalità in tutte le sue forme ha quasi raddoppiato il costo delle assunzioni rispetto al compenso netto.

Si potrebbe continuare a lungo.

Consentite anzitutto a me meridionale di ricordare che proprio nel Mezzogiorno, dove maggiore è stato l’intervento pubblico, più evidenti ne sono le conseguenze negative. Nel Mezzogiorno, come nel resto d’Italia, lo statalismo ha prodotto distorsione nell’uso delle risorse, disgregazione del tessuto sociale, sprechi, corruzione diffusa, e una fiscalità oppressiva, iniqua, farraginosa, caotica e indegna di un Paese civile.

Mi limiterò, quindi, soltanto a tre considerazioni.

Anzitutto la socialità dello statalismo. In passato chi criticava l’invadenza pubblica veniva accusato di essere senza cuore, di voler “rimettere in discussione le conquiste dello stato sociale”. Oggi la musica è cambiata, e non si vede come si possano qualificare sociali le larghezze di un settore pubblico che spende come un marinaio ubriaco: un sistema che prende a tutti, anche ai poveri, per dare a tutti, anche ai non poveri, e che tassa anche i diseredati per finanziare a suon di migliaia di miliardi i profitti di imprenditori non propriamente poveri. E’ quest’ultimo un punto particolarmente importante per noi liberali: la nostra difesa delle regole del capitalismo concorrenziale non ha nulla a che spartire con la tutela degli interessi dei capitalisti attuali. Dovremmo quindi opporci con tutte le nostre energie alla prassi scandalosa dei “trasferimenti alle imprese”, delle migliaia di miliardi che ogni anno lo Stato preleva dalle tasche dei contribuenti per distribuirli a vario titolo agli imprenditori. L’Italia di oggi ricorda l’analisi che Salvemini faceva del fascismo: “Nell’Italia fascista, diceva Salvemini, il profitto è privato e individuale, le perdite sono pubbliche e sociali”. Si tratta di un sistema che diffonde inefficienza e corruzione, è iniquo ed è illiberale; mi sarebbe piaciuto che i ministri dell’industria liberali avessero saputo resistere al “fascino dei potenti” e tenere presente il suggerimento di Adam Smith: “la bassa rapacità e lo spirito di monopolio dei mercanti e dei manifattori, i quali non sono né dovrebbero essere i reggitori dell’umanità… possono essere facilmente impediti dal turbare la tranquillità di ogni altra categoria di cittadini”.

Infine, non può essere passato sotto silenzio il fatto che l’inefficienza nella fornitura di servizi pubblici penalizza due volte i poveri, che sono costretti a pagare con l’imposizione dei servizi che vengono forniti in misura inadeguata e non possono permettersi il ricorso ad alternative private.

Spendiamo cifre colossali per “prestazioni sociali”, cifre che, se andassero direttamente ai poveri, li trasformerebbero in benestanti: se la spesa per “prestazioni sociali” del 1987 (166.897 miliardi) fosse stata distribuita direttamente al 20% più povero della popolazione avrebbe consentito di elargire 58.560.000 lire di reddito aggiuntivo ad ogni famiglia di quattro persone. SI tratta di uno spreco gigantesco e scandaloso.

In secondo luogo, la vecchia critica che veniva mossa dai male informati ai liberisti, secondo cui a questi mancherebbe il senso dello Stato, si ritorce, alla luce dell’esperienza, contro gli statalisti. E’ evidente, infatti, che lo statalismo ha distrutto lo Stato: abbiamo oggi troppo Stato in termini di costo, troppo poco Stato in termini di risultato. La ragione è evidente: uno Stato che ha la pretesa di provvedere a tutto ed a tutti, fallisce anche nei suoi compiti istituzionali.

Non credo sia necessario ricordare la situazione della giustizia, sia civile che penale, o dell’ordine pubblico per sottolineare la latitanza dello Stato proprio nel suo ambito. Ed è difficile considerare libero e civile un Paese che riesce ad essere contemporaneamente permissivo e liberticida, un Paese che non ci protegge dai criminali, ma in compenso lascia marcire in galera migliaia di nostri concittadini innocenti.

Infine, ma più importante, lo statalismo ha compromesso la libertà individuale. Non illudiamoci: votare ogni quattro anni non basta a fare libero un Paese! La libertà individuale può essere messa in pericolo sia da un dittatore che dallo strapotere di una maggioranza democratica. Un liberale non può che concordare con Tocqueville:

“Vi sono molti oggi che s’adattano volentieri a questa sorta di compromesso tra il dispotismo amministrativo e la sovranità popolare, e ritengono di aver garantito sufficiente la libertà degli individui col darla in tutela ad un potere nazionale. Per quel che mi riguarda, ciò non mi basta affatto: la natura del padrone mi interessa assai meno del dovere dell’obbedienza.

Cerchiamo di non dimenticare che la libertà cosiddetta “economica” è il contenuto della libertà senza aggettivi ; che la libertà puramente “politica” è un ectoplasma, un contenitore vuoto; e che il controllo della produzione della ricchezza non è altro che il controllo della vita umana.

Il tema di questo Congresso accenna alla “crisi della politica”.

Cari Amici,

ad essere in crisi non è la politica, ma l’abuso della politica, il che è cosa ben diversa e che noi liberali dobbiamo salutare con favore. Un caro e stimato amico, con cui è gradevole anche trovarsi in disaccordo, ha recentemente avanzato una tesi che trovo assolutamente inaccettabile. Secondo quest’idea, sarebbe una moda deleteria il rifiuto della politica , quello che egli chiama il privatismo degli anni Ottanta. Io non so quali anni Ottanta egli faccia riferimento: la difesa della proprietà privata e delle libertà individuali contro l’assolutismo era “di moda” nel 1680 grazie agli scritti di John Locke, nel 1780 quando gli uomini di cultura conoscevano le tesi di David Hume e Adam Smith, nel 1880 quando l’umanità aveva digerito la lezione di John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville, ed è più che mai “di moda” oggi, quando nessuno può permettersi di ignorare le opere, fra gli altri, di Sir Karl Popper, Friedrich A. Hayek e Milton Friedman.

La verità, caro Valerio, è che la difesa dell’individuo contro l’arbitraria estensione dei poteri dello Stato è il liberalismo, e non è affatto una moda transeunte, perché dura da secoli. E se posso permettermi una battuta, aggiungerei che non mancavano di progetto politico e fortemente credevano nell’importanza, nel primato della politica sia Adolfo Hitler che Giuseppe Stalin, ma non mi sembra che fossero liberali. Non mi stancherò mai di ripetere che oggi più che mai l’abuso della politica è il maggior nemico della libertà.

Sul piano delle idee, lo statalismo è un mito che è fallito; ha un passato, anche se inglorioso, ma non ha un futuro. A precluderglielo provvede la bancarotta intellettuale e soprattutto finanziaria in cui versa.

Oggi il fallimento è riconosciuto da tutti, anche dagli statalisti più dogmatici. Com’è ovvio, tuttavia, essi non sono in grado di indicare soluzioni alternative: tutte le loro proposte sono state adottate; sono esse la causa dei problemi attuali. La loro incapacità a suggerire soluzioni è confermata dal fatto che le ammissioni di fallimento sono confinate al campo della retorica, della macro-politica, mentre nella realtà quotidiana della micro-politica sono i vecchi sistemi a continuare a prevalere. Del resto sarebbe insensato chiedere proprio agli statalisti la soluzione ai guasti che hanno provocato.

C’è un solo partito che può, in virtù della sua storia e della sua cultura, indicare una soluzione alternativa ai problemi del presente: questo partito è il partito liberale. Raramente, nel corso di questo secolo, le idee liberali sono state tanto importanti quanto nel momento presente. Sale dal Paese una domanda di liberalizzazione che non è monopolio di nessuno, riguardando tutti i ceti sociali, i livelli di reddito, le condizioni personali, le opinioni politiche; mi sembra significativo che il fallimento dello statalismo venga riconosciuto persino dal leader del partito più statalista d’Italia, il partito comunista.

Cari Amici,

credo sia stato Aristotele a sostenere che “le cose differiscono in ciò che hanno in comune; ci rendiamo conto che i fiori hanno colori diversi perché hanno in comune il fatto di essere colorati”. Intendo dire che esiste un ampio patrimonio di valori che è comune a tutti i liberali; ma è anche vero che esistono interpretazioni diverse del liberalismo, ed è proprio a queste diversità che deve rivolgersi l’attenzione di questo Congresso.

Le domande cui dobbiamo rispondere sono due: “Dove andiamo?”, “Dove vorremmo andare?”.

Noi liberali abbiamo combattuto una battaglia ideale contro lo statalismo marxista. Sul piano delle idee non c’è dubbio che abbiamo vinto. Ogni volta che se ne presenta l’opportunità, la gente scappa dai “paradisi” comunisti verso le società liberali, e a scappare non sono i ricchi.

Abbiamo anche combattuto contro lo statalismo del “welfare state” burocratico e liberticida delle democrazie occidentali. Ancora una volta, abbiamo conseguito una schiacciante vittoria sul piano ideale. Se ricordiamo a noi stessi che il “welfare state” è un’invenzione di Bismark (17 novembre 1881) introdotta per svuotare di significato la posizione dei socialdemocratici tedeschi, e che l’assistenzialismo di stato versa un po’ dappertutto in condizioni di bancarotta fraudolenta, non possiamo che pervenire alla conclusione che la Stato assistenziale, come il mulo, non ha motivo di essere orgoglioso dei suoi ascendenti e non ha speranza di avere discendenti!

Tutto questo è vero, ma non risponde al quesito: se avevamo ragione, perché non abbiamo avuto successo sul piano elettorale? Credo di poter suggerire tre possibili fattori.

PRIMO: Mancanza di linea politica.

Anzitutto, gli elettori non votano sul passato, votano nel presente per il futuro; non si chiedono cioè se le posizioni passate di un partito siano state o meno avvalorate dagli eventi successivi, si chiedono invece quali soluzioni per il futuro quel partito è in grado di offrire ai problemi del presente. Si chiedono, cioè, quale sia in concreto la sua linea politica.

La “linea politica” del PLI in questi anni ha ricordato da vicino la linea euclidea. Come sapete, la linea euclidea ha posizione, ma non spessore. Imitando gli aristocratici del Gattopardo che godevano e soffrivano di cose cui alla gente comune non importa nulla, siamo stati prodighi di pronunciamenti solenni sulla nostra “collocazione” politica, ma non abbiamo saputo con altrettanta decisione suggerire soluzione ai problemi del presente. Abbiamo avuto posizione, ma non spessore, nessuno ha visto la nostra linea politica.

Un buon esempio è offerto dalla proposta di Renato Altissimo di costituzione di un’area laica di parcheggio per il PLI, un patto federativo con repubblicani, radicali e ambientalisti. Le alleanze, cari amici, sono strumento, non fine, dell’azione politica. Se il PLI avesse un programma, l’alleanza laica potrebbe contribuire a realizzarlo; da sola, tuttavia, non sarebbe sufficiente perché non dispone della necessaria maggioranza. Ma se il PLI non ha un programma, non sarà certo l’alleanza con altri partiti a prenderne il posto.

SECONDO: Mancanza di coraggio.

Gli insuccessi elettorali del PLI sono dovuti al fatto che la causa della libertà è stata affidata a liberali tremebondi, timorosi di guastare i rapporti con gli alleati, pronti a diluire, annacquare e moderare le proprie posizioni e, quindi, incapaci di indicare una via d’uscita dai guasti dello statalismo liberticida. In una parola, ci è mancato quello che Croce chiamava “il coraggio della libertà”.

Cari Amici, può apparire ingeneroso infierire su una decisione politica che è stata riconosciuta erronea anche da coloro che la presero. Ma non posso passarla sotto silenzio, sia perché illustra una tesi generale, sia perché sono convinto sia stata più grave di quanto si ritenga. Quando, nel novembre 1987, facemmo la crisi, su una questione di principio in una materia di enorme importanza, vidi finalmente giunto il momento in cui il PLI avrebbe cominciato a far seguire i fatti alle parole, riscattando anni di silenzi poco edificanti. Scrissi al segretario generale un biglietto con una sola parola: “grazie!”. Poi, dopo l’infelice conclusione di quell’episodio, fui tentato di replicare con un secondo biglietto di ispirazione goliardica, suggerendo a cosa avrebbe dovuto essere indirizzato il mio precedente ringraziamento. Non lo feci, ma non potei fare a meno di pensare che avessero sbagliato i giornali, nel commentare la nostra uscita dal governo, a parlare di “ruggito del topo”; sarebbe stato meglio parlare di “belato del topo”!

TERZO: Responsabilità senza potere.

Quando penso all’economia italiana, vedo milioni di persone che si distinguono nel mondo intero per la loro laboriosità, per l’ingegno, per la parsimonia, per la straordinaria inventiva. Sono loro che procurano a chi ha la fortuna di viaggiare il piacere di sentire prorompente l’orgoglio di essere italiani. Sono loro che hanno fatto del nostro tempo l’epoca più prospera nella nostra storia. Al disopra di questi milioni di lavoratori ingegnosi e produttivi incombe il peso di un “esercito di occupazione”, un esercito politico-burocratico forte di molte divisioni, di centinaia di migliaia di effettivi, dedito a taglieggiare, ostacolare, penalizzare, regolamentare, punire le attività produttive, scoraggiando il lavoro, il risparmio e l’investimento, mettendo in pericolo la proprietà privata e la libertà personale, rallentando lo sviluppo.

Nei confronti di questo esercito di occupazione, due atteggiamenti sono possibili: quello compromissorio, volto a tentare di mitigare le asprezze del comportamento degli invasori, e quello di aperta condanna, denunzia e proposta di alternative diverse. Il primo atteggiamento è stato tentato: con spirito di responsabilità, i liberali si sono adoperati per rendere governabile questo Paese. I risultati di questi sforzi sono sotto i nostri occhi: dal 1980 ad oggi il tasso di disoccupazione è raddoppiato, la fiscalità esplicita complessiva in termini reali è aumentata del 41,8%, il gettito delle imposte dirette è cresciuto del 63,6% sempre in termini reali, il deficit annuo è passato dai 37.138 miliardi del 1980 agli oltre 120.000 attuali e la spesa pubblica totale in termini pro-capite è aumentata del 48,3%.

Sarebbe difficile negare che siamo diventati un Paese tartassato, indebitato, sottoccupato, dissestato, iperregolato, corrotto, male amministrato e sotto-governato!

Questo è accaduto con governi di cui i liberali facevano parte: se eravamo al governo, siamo anche noi responsabili di quanto è accaduto; se, invece, non siamo responsabili, perché stiamo al governo?

Anche se il problema vero non è se stare al governo o all’opposizione, cerchiamo di non confondere lo strumento con il fine: stare al governo non è il nostro obiettivo, non è certo la presenza al governo di un ministro e qualche sottosegretario la ragion d’essere del nostro partito.,

La verità è che il consenso dell’elettorato può essere acquistato con la distribuzione di prebende e favori politici o conquistato con la forza delle idee. Il primo non è un metodo liberale; non vorrei che fosse vero del PLI oggi quanto Gobetti diceva dei liberali della fine del secolo scorso: “Dopo il ’70 il partito liberale - scrive Gobetti – è svuotato della sua funzione rinnovatrice perché privo di una dominante passione libertaria e si riduce ad un partito di governo, un equilibrismo per iniziati che esercita i suoi compiti tutori ingannando i governati con le transazioni e gli artifici della politica sociale”. (La rivoluzione liberale, p. 55)

Se il PLI vuole avere consensi deve saper esser un partito di idee. Ricordiamo le parole con cui si chiude la Teoria generale di Keynes: “le idee degli economisti e dei filosofi, sia quelle giuste che quelle sbagliate, sono più potenti di quanto si creda (…) presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male”.

E’ stato detto che una battaglia di opposizione sarebbe durissima, che comporterebbe gravi rischi. Vorrei ricordare ai miei amici moderati che fra il peccato di omissione e quello di commissione è preferibile il secondo: se uno deve proprio peccare, che almeno si diverta! E’ vero che l’opposizione sarebbe difficile, ma stare al governo subendo le scelte altrui e rinunziando a batterci per le nostre idee non mi sembra un’alternativa accettabile.

Ma è poi vero che l’opposizione radicale sarebbe perdente sul piano elettorale? Non lo credo: fu per ascoltare tre professori universitari di idee liberali che 35.000 italiani di tutte le età, condizioni sociali e regioni d’Italia convennero a Torino domenica 23 novembre 1986 a sottolineare la loro protesta contro la fiscalità oppressiva. Quando le timorose affermazioni di liberalismo “prudente” care ai liberali moderati avranno lo stesso successo, crederò che la moderazione paghi.

Cari Amici,

non prendiamoci troppo sul serio: con o senza il PLI, la fiaccola della Libertà continuerà la sua marcia. Come liberali, tuttavia, abbiamo il dovere di cercare di farla marciare più speditamente.

Per secoli i liberali hanno sempre saputo raccogliere le sfide del loro tempo. Sono stati i liberali a sconfiggere i regimi assoluti, a dar vita ai Parlamenti, ad abbattere gli ostacoli alla circolazione internazionale di merci, uomini, idee e ad aprire le frontiere; e sono stati sempre i liberali a fare una l’Italia e a porre le basi perché sia una l’Europa!

Se noi, liberali di oggi, sapremo raccogliere la sfida del nostro tempo, il PLI divverà un partito che, orgoglioso delle sue grandi tradizioni, sarà anche capace di proporre soluzioni intelligenti ai problemi contemporanei; un partito forte, che tutti vorranno come alleato e nessuno come avversario, un partito straordinariamente rilevante.

E’ proprio tanto irragionevole la richiesta di questo liberale immoderato? A me non sembra, ma se lo fosse potrei trovare conforto nelle parole di George Bernard Shaw:

“L’individuo ragionevole si adatta al mondo in cui vive. L’individuo irragionevole insiste nella pretesa di adattare il mondo in cui vive a se stesso. Il progresso dipende soltanto dagli sforzi degli individui irragionevoli”.