Un miracolo ignorato

Mentre l’intera Europa si trova in mezzo a problemi economici e finanziari di dimensioni enormi, con la concreta possibilità di sprofondare nella peggiore recessione economica della sua storia, a pochi chilometri a nord di Milano c’è un paese di cui non si parla quasi mai ma che dovrebbe essere studiato, compreso e, ove possibile, imitato. Faccio, com’è ovvio, riferimento alla Svizzera che ha una costituzione politica, fiscale e monetaria semplicemente formidabile.
E’ un paese relativamente piccolo: i suoi sette milioni e ottocentomila abitanti sono meno dei nove e mezzo della Lombardia; malgrado ciò, mentre noi abbiamo l’insensata idea che la Lombardia possa essere quanto a dimensioni una regione, cioè un ente locale, i neanche otto milioni di svizzeri sono organizzati in ben ventisei cantoni.
Quanto alla forma politica, la Svizzera è una confederazione, il che significa che i compiti del governo centrale sono rigorosamente limitati alle finalità di interesse generale, mentre tutto il resto è di competenza dei cantoni. La prova che questo tipo di federalismo funzione bene è offerta dal fatto che raramente la politica elvetica si conquista l’attenzione dei media e che sono convinto che quasi nessuno fra i lettori sa come si chiami il capo del governo di quel paese. Il referendum popolare nella Confederazione è un formidabile strumento di democrazia diretta: non esistendo il quorum minimo per la validità della consultazione, l’incentivo ad andare a votare è molto più forte che da noi, dove per via dell’esistenza del quorum non votare è spesso l’alternativa più popolare. Sono stati referendum quelli che nel 1971 estesero il voto alle donne e quello che nel 2002, facendo un’eccezione alla neutralità del paese (che dura dal 1674!), consentirono alla Confederazione di entrare a far parte dell’Onu.
Il reddito medio pro capite degli svizzeri è stato pari a $41.765 nel 2010 (negli USA era di poco superiore e in Italia di poco meno di $32.000), il che significa che gli svizzeri sono fra i più ricchi al mondo, il che non è cosa da poco se si considera che il paese è scarsamente dotato di risorse naturali, non ha sbocco al mare, ed è eterogeneo sia linguisticamente (tre lingue ufficiali più il romancio) sia sul piano religioso.
Un editoriale apparso qualche tempo fa sul Wall Street Journal (27 aprile) illustra una delle ragioni del successo svizzero. Nel 1985 un referendum popolare, con l’approvazione dell’85% degli elettori, introdusse il cosiddetto “freno al debito” che impone al governo centrale di non far crescere le sue spese più del tasso tendenziale di crescita delle entrate. L’idea è semplicemente geniale: non viene imposto il pareggio del bilancio su base annua ma solo che la crescita delle spese non ecceda la crescita che le entrate hanno avuto in un periodo di diversi anni. In un dato anno, quindi, il bilancio potrà anche essere in deficit (quando l’economia va male) o in attivo (negli anni di vacche grasse) ma dovrà finire con l’essere in pareggio nel numero di anni presi in considerazione.
Naturalmente, non va dimenticato che la Svizzera ha un limite costituzionale alle aliquote massime d’imposta del governo centrale: 11,5% per l’imposta sul reddito, 8% per l’IVA e 8,5% per l’imposta sulle società. Il basso livello delle aliquote massime non deve stupire: la maggior parte del prelievo è fatto a livello cantonale, solo il resto viene prelevato dal governo centrale. Quei “tetti” possono essere aumentati soltanto se così decide la maggioranza degli elettori nella maggioranza dei cantoni, La spesa del governo centrale, grazie a questi vincoli, è inferiore al 20% del pil e le spese pubbliche totali (incluse cioè quelle cantonali) sono circa il 34%.
Il debito pubblico fra il 2005 e il 2010 è sceso dal 53% al 40% del reddito nazionale, mentre quelli dei paesi dell’eurozona salivano dal 70 all’85 per cento! Si comprende facilmente perché il modello svizzero abbia ispirato Kevin Brady, vicepresidente dell’importante commissione bilancio della Camera dei rappresentanti americana, che ha proposto provvedimenti legislativi modellati sul “freno al debito” svizzero per gli USA.
Quello che, invece, risulta incomprensibile è perché in Italia guardiamo sempre con ammirazione a esempi dei paesi più disparati (quasi sempre poco esaltanti) anziché guardare all’enorme successo del nostro vicino del nord. In una trasmissione televisiva, dopo che avevo confessato la mia elveto-mania, Visco (Vincenzo il tartassatore, non Ignazio governatore della Banca d’Italia) se ne uscì con la bizzarra tesi secondo cui la Svizzera è un paradiso fiscale. Uno come lui evidentemente è convinto che sia di gran lunga preferibile un inferno fiscale come il nostro alla prosperità dei nostri vicini!
Antonio Martino, 11 maggio 2012