Uno Sguardo al Passato

Ritengo che possa essere utile guardare indietro, all’andamento della spesa pubblica nel tempo, per comprendere il presente e cercare di capire cosa ci riserva il futuro. Affinchè il confronto storico sia omogeneo, mi riferisco all’andamento storico dei pagamenti complessivi del bilancio dello stato, espressi in euro del 2009. Nel 1862 le spese pubbliche totali   ammontarono a poco più di quattro miliardi di euro (4.055.155,8); cinquantasei anni dopo, nel 1918, a poco meno di trentotto (37.878.866,5). Un aumento notevole di oltre nove volte (9,3) in un periodo denso di avvenimenti importanti per l’Italia: il completamento dell’unità, l’avvicendamento fra il periodo della Destra storica (1861 – 1876) e il trasformismo, il periodo giolittiano, l’ingresso dei cattolici e dei socialisti in politica., e la grande guerra. Tutto sommato, quindi, si trattò di una crescita niente affatto tumultuosa.
Vediamo cosa accadde dopo. Nel 1919 le spese furono pari a meno all’equivalente di trentaquattro miliardi (33.935.975,6) del 2009: rispetto all’anno precedente erano cioè diminuite di oltre quattro miliardi. Nel 1938 le spese totali del settore pubblico non erano aumentate di molto rispetto al 1919, furono infatti inferiori a trentaquattro miliardi, come nel 1919, sotto quota trentaquattro (33.945.623,4). I disordini del 1920 e 1921, l’occupazione delle fabbriche, la marcia su Roma e sedici anni di fascismo non avevano fatto aumentare la spesa pubblica. Eppure in quei primi sedici anni di regime furono realizzate opere pubbliche come mai era accaduto prima (né dopo) – la bonifica dell’agro pontino, il Naviglio a Milano, via dei Fori Imperiali e via della Conciliazione a Roma, quasi tutte le stazioni ferroviarie e molto altro ancora – furono poste le basi del welfare italiano e si dotarono le forze armate di mezzi e capacità moderne e imponenti!
Andiamo oltre e vediamo quanto le avventure coloniali, la seconda guerra mondiale, la guerra civile e la fine del fascismo influirono sul totale della pubblica spesa. Nel 1939 le pubbliche spese superarono il valore di quaranta miliardi del 2009attestandosi a poco meno di quarantuno (40.919.049,2). La spesa pubblica, per via dello sforzo bellico, raggiunse un massimo nel 1942, quando superò i settanta miliardi (70.144.416,8). A conti fatti, quindi, anche la seconda guerra mondiale non ebbe conseguenze catastrofiche per le pubbliche finanze. Passiamo ora al secondo dopoguerra.
Nel 1951 il settore statale spese circa trentadue miliardi (32.423.008) di euro del 2009, dieci anni dopo, nel 1960, le spese furono pari a oltre cinquanta miliardi (52.403.756): in dieci anni di centrismo la spesa crebbe del 61,6%. Dai poco più di cinquanta del 1971 si passò agli oltre centoventicinque del 1971 (126.970.886), un incremento del 142,3%. Gli anni dei primi governi di centrosinistra adottarono la politica dello spendi, tassa e fai debiti che era prima sconosciuta persino in tempo di guerra. Questo è niente, tuttavia, se confrontato a quanto accadde nel decennio successivo.
Nel 1980 la serie storica a cui mi riferisco sfiorò i trecentocinquanta miliardi (349.726.860), nel 1991 superò i cinquecentosettanta (573.638.531), un incremento del 64% rispetto a dieci anni prima. I comunisti attribuirono lo sfascio di quegli anni al CAF (Craxi, Andreotti, Forlani), ma la loro era solo una vergognosa opera di disinformazione. I tre politici incriminati dai comunisti, in realtà, se non erano stati capaci, o non avevano nemmeno tentato, di frenare l’andazzo corrente, non ne furono gli artefici. A fare crescere esponenzialmente le spese, i balzelli e i debiti, furono i comunisti alleati con i catto-comunisti della maggioranza: il 90% delle leggi che fecero aumentare le spese fu approvato col voto dei comunisti. Era il consociativismo a pieno regime, quando la sinistra si opponeva solo quando voleva maggiori, non minori, spese. A confronto con quel decennio i quattordici precedenti e i due successivi appaiono decisamente virtuosi: dal 1991 al 2002 la spesa in termini reali è cresciuta “solo” del 23% e, nei dieci anni successivi di un “misero 4%.
La conclusione sul passato è limpida: né le guerre, né il fascismo, né i costi del risorgimento e della unità d’Italia hanno influito molto sul dissesto finanziario del settore pubblico. I colpevoli impuniti dello sfascio d’Italia sono i comunisti, cattolici o meno, gli statalisti di tutti i partiti. La frittata è stata fatta dalla fine degli anni Settanta alla metà dei  Novanta. Quanto accaduto dopo è solo la coda di un processo che, fino all’avvento dei primi governi di centrosinistra, era sconosciuto in Italia. Fu allora che venne aperto il vaso di Pandora; se vogliamo salvare l’Italia dobbiamo meticolosamente disfare tutto ciò che è stato perpetrato da allora: regioni, servizio sanitario nazionale, moltiplicazione di enti locali, autorità indipendenti e consimili bellurie. Se vogliamo che l’Italia abbia un futuro, dobbiamo tornare alla saggezza del passato.