Un’uscita con stile

Quando, nel pomeriggio di giovedì 24, ho letto le dichiarazioni di Silvio Berlusconi con le quali annunciava di non volersi più candidare a premier e che il candidato sarebbe stato selezionato da primarie interne al Pdl, mi sono affrettato a chiamarlo. Ho avuto fortuna e ho potuto parlargli; gli ho chiesto: perché lasci? “Non lascio, mi ha assicurato, continueremo assieme tu ed io ma ora bisogna lasciare spazio ai più giovani e noi dobbiamo tirarci indietro, aiutarli, consigliarli e mettere la nostra esperienza a loro disposizione.”
Non un’uscita di scena, quindi, ma soltanto un arretramento, probabilmente ispirato dalla necessità di far crescere e consolidare una nuova classe dirigente che possa, anche grazie all’esperienza dei meno giovani, dare vita ad un’alternativa concreta e credibile all’arcipelago delle sinistre e ai movimenti anti-politici. Un arretramento fatto con stile che, comunque vada, segna la conclusione di un quasi ventennio caratterizzato dalla sua figura come protagonista della nostra vita pubblica.
Tutto e il suo contrario sono stati detti su Berlusconi, ma sono certo che anche i suoi acerrimi nemici converrebbero sul fatto che non ce n’è un altro; Silvio Berlusconi è quello che è, ma è anche l’unico Silvio Berlusconi che abbiamo. Molti miei amici mi chiedono perché continui a “stare con lui”; la risposta è molto semplice: non sono mai “stato con lui”. Ho sempre detto quello che penso, anche quando sapevo che non era d’accordo. Specie dal 1994 al 2001, ma anche dopo, sono stato sovente in disaccordo, non di rado da solo, e non ho mai tenuto nascosto il mio dissenso. Chi ne dubita guardi i giornali di quegli anni. Da ministro degli Esteri prima e della Difesa poi ho sempre fatto quello che ritenevo giusto e sempre senza consultarlo prima, ma ricevendone l’approvazione poi.
Capisco la delusione dei miei amici liberali: la rivoluzione liberale è rimasta largamente incompiuta e il “partito liberale di massa” non ha visto la luce. Mi permetterei, tuttavia, di chiedere loro se l’Italia oggi starebbe meglio o peggio se, invece di essere stata governata alternativamente dalle sinistre e da Berlusconi, avesse avuto sempre le sinistre al potere. Solo un fazioso potrebbe rispondere di sì. La delusione, però, è certamente motivata e cercherò di spiegare perché il sogno non si è materializzato.
Mi limiterò a quattro errori che spiegano in buona misura l’insuccesso. Il primo è stata Irene Pivetti: Berlusconi l’ha fatta eleggere presidente della Camera e il suo partito ha determinato il ribaltone prima, la sconfitta alle elezioni del 1996 poi. Pierferdinando Casini è stato fatto eleggere presidente della Camera da Berlusconi nel 2001, il suo partito ci ha impedito di governare dal 2001 al 2006 (imponendoci fra l’altro la cosiddetta “discontinuità”) e ha costretto Berlusconi a cambiare la legge elettorale, facendoci perdere le elezioni del 2006. Gianfranco Fini è stato fatto eleggere presidente della Camera da Berlusconi nel 2008 e la sua defezione ha impedito al governo di sfruttare la larga maggioranza ottenuta, col risultato che alla fine Berlusconi ha lasciato la presidenza del Consiglio. Tremonti, infine: nel 1994 fu un ministro delle Finanze creativo e capace ma, nel 2001 – 2006 contribuì, da ministro dell’Economia, alla mancata realizzazione delle riforme promesse; idem dal 2008 al 2011.
Non dico che Berlusconi sia da assolvere con formula piena ma, prima di pronunziare una sentenza inappellabile, bisognerebbe anche rendersi conto che con questo sistema istituzionale neanche il più grande leader politico avrebbe potuto fare molto meglio. Quando, nel 1994, la Thatcher, nel congratularsi per la mia elezione, mi esortò a fare “per l’Italia quanto io ho fatto per la Gran Bretagna”, le risposi: “Lei aveva molti vantaggi rispetto a noi: una maggioranza composta di un solo partito, una Costituzione non scritta sulla carta ma nella mente e nel cuore di quanti erano chiamati a rispettarla, una burocrazia efficiente ed onesta e un sistema giudiziario autenticamente indipendente e funzionante. Noi non abbiamo nessuna di queste cose, ma abbiamo qualcosa che lei non aveva”. “Che cosa?” “Il suo esempio”, risposi.
Al posto della Thatcher, Berlusconi avrebbe fatto lo stesso? Con tutta l’amicizia che mi lega a lui, devo dire che non lo vedo litigare per tre anni con i più potenti sindacati d’Europa né mandare la flotta dall’altra parte del mondo per fare rispettare la sovranità inglese a un dittatore avventuroso. Tuttavia, resto convinto che sia unico e che il suo arretramento lascerà un vuoto difficilmente colmabile. E questo a prescindere dal fatto che la nostra Costituzione non prevede la candidatura a presidente del Consiglio.