Verso la bancarotta?

Antonio Martino, 6 luglio 2011

Standard & Poor’s ha espresso un giudizio negativo sulla manovra, bocciandola venerdì scorso. Il fatto che gli analisti abbiano espresso questo giudizio a mercati aperti è imperdonabile, così come risulta abbastanza singolare che il responso sia venuto da chi non aveva avuto modo di leggere i trentanove articoli della manovra che solo lunedì sono stati consegnati al presidente della Repubblica. S&P, tuttavia, non è sola nel pronunciare preoccupazioni sulla solidità finanziaria del nostro Paese; ieri anche l’autorevole The Wall Street Journal, che peraltro cita l’opinione assai ben argomentata di Mario Baldassarri, esprime apprensioni non dissimili da quelle di S&P.
E’ opinione assai diffusa fra gli economisti che l’indebitamento divenga pericoloso quando non si genera abbastanza reddito da pagare gli interessi. Vediamo quindi come sta la situazione. Nel 2010 la spesa per interessi è stata pari a 70.152 milioni di euro, pari al 4,53% del prodotto interno lordo. Non abbiamo tassi di crescita di quel livello da tempo immemorabile. Tuttavia, nelle ultime aste di titoli del debito pubblico la domanda ha superato l’offerta, anche se in misura inferiore al passato. I risparmiatori italiani, quindi, continuano a ingurgitare quantità enormi di debiti pubblici, rendendo possibile, almeno per ora, la politica di spesa del governo.
Finora va bene, quindi, proprio come sosteneva a ogni piano quello che era caduto dall’ultimo piano di un grattacielo! Tra quest’anno e il prossimo, infatti, dovremo pagare 180 miliardi di euro, mentre da adesso a fine 2012 scadono 600 miliardi di titoli. E’ pertanto abbastanza evidente che, nonostante la parsimonia delle formiche private, le cicale pubbliche non potranno continuare a scialacquare i loro soldi. I giudizi severi di S&P e del Wall Street Journal, quindi, non sono per nulla campati in aria.
Veniamo così al punto: nel 2010 le amministrazioni pubbliche hanno speso 793.513 milioni di euro, il 51,2% del pil. Di questo totale la spesa per interessi costituisce soltanto l’8,84%, mentre la spesa per “prestazioni sociali” rappresenta il 43,3% delle spese totali, e i redditi da lavoro dipendente il 21,7%. Queste ultime due categorie di spesa sono incomprimibili a legislazione invariata e, rappresentando quasi i due terzi delle spese totali, sottolineano una tesi che non mi stancherò mai di ripetere: l’Italia non ha bisogno di manovre ma di riforme.
I nostri problemi non sono la patologia accidentale di un sistema di trasferimenti sano ma l’esito fisiologico, prevedibile e previsto, di un sistema sbagliato. Pensare che si possa crescere quando lo Stato e le altre amministrazioni pubbliche assorbono oltre il 51% del reddito nazionale è semplicemente donchisciottesco e del tutto irrealistico. Mai nessun paese al mondo ha avuto uno sviluppo sostenuto quando la spesa pubblica supera il 40% del reddito nazionale. La Svizzera è quasi priva di risorse naturali, non ha una popolazione omogenea, avendo lingue nazionali, religioni ed etnie diverse, eppure è il paese più ricco in Europa. Perché?
E’ l’unico paese europeo nel quale la spesa pubblica non supera il 35% del pil e ha un federalismo cantonale vero, non l’orrendo scimmiottamento che ne abbiamo perpetrato in Italia, dove vengono considerati enti locali la Lombardia e la Sicilia, rispettivamente con 9,5 e 5 milioni di abitanti. La Confederazione Elvetica, con sette milioni di abitanti, ha ben ventisei canoni autonomi. Quello è vero federalismo, il nostro non lo è.
Ma torniamo al quesito di partenza: dobbiamo preoccuparci per il nostro futuro. La risposta è, sfortunatamente, positiva. La manovra, testé completata, contiene fra le altre bellurie anche una norma che sembra studiata apposta per punire i risparmiatori (rei di avere consentito alla pubblica finanza di sopravvivere alle sue larghezze) e terrorizzarli. Secondo Francesco Forte (il Giornale, 5 luglio) “l’aumento bifase del tributo di bollo sui documenti dei depositi bancari ... introdotto di soppiatto per colpire i risparmiatori, che investono i soldi in titoli, ricorrendo alle banche o alla posta, non a proprie società.” Si tratta, secondo l’illustre studioso di Scienza delle Finanze di un “tributicolo” ispirato dalla fissazione di “spaventare la massa dei risparmiatori” proprio come fece Giuliano Amato nel giugno del 1992, quando derubò i titolari di conti correnti sottraendo loro una parte del deposito.
Il nostro prodigioso e prestigioso ministro dell’Economia dovrebbe tenere in considerazione le idee del professore Forte (succeduto a Luigi Einaudi alla cattedra di Torino) ed evitare di passare alla storia come un emulo di Giuliano Amato. Essendo Forte e Amato entrambi socialisti, dare retta a Forte e ignorare Amato non avrà conseguenze sulla sua collocazione politica.