Verso la schiavitù

Con un pezzo a firma di Massimo Fracaro, il Corriere nelle pagine economiche riprende un tema ormai molto diffuso in Italia: il Tax Freedom Day come viene chiamato da quanti amano nobilitare le loro tesi ricorrendo a espressioni riprese dall’inglese. Come i lettori di queste colonne sanno, si tratta di una vecchia idea di Milton Friedman, da me ripetutamente rilanciata e indicata come “giorno dell’indipendenza personale”, il giorno cioè in cui l’italiano medio smette di lavorare per lo Stato e comincia a farlo per se e per la sua famiglia. Secondo il succitato pezzo, la nostra liberazione dal fisco dovrebbe quest’anno essere celebrata mercoledì 23 giugno.
Come si arriva a individuare il giorno dell’indipendenza personale? In genere si guarda alla pressione fiscale, al rapporto fra il gettito complessivo delle imposte e il reddito nazionale. Questa misura è ingannevole e tende a presentare un quadro roseo del costo dello statalismo, sottostimandolo. Il costo del settore pubblico non è misurato da quanto lo Stato e tutte le altre amministrazioni pubbliche incassano ma da quanto spendono. La spesa pubblica è finanziata da soldi sottratti a tasche private e non fa differenza se il prelievo è effettuato attraverso l’imposizione o l’indebitamento.
Per dare un’idea, sarebbe stato celebrato il 7 giugno nel 1990 mentre, per l’anno in corso, come detto prima, bisognerà attendere fino al 23 giugno. In vent’anni lo Stato ci ha portato via un’altra ventina di giorni di libertà dalla sua ingordigia. L’ho detto molte volte ma vorrei ripeterlo ancora: nel 1900 la spesa pubblica assorbiva il 10% del reddito nazionale, negli anni Cinquanta circa il 30%, adesso, se il calcolo è fatto correttamente, superiamo il 50%. Badate bene: questi sono valori medi e in questo caso il valore medio, anche se importante, sottostima e di molto l’entità dell’onere gravante sui contribuenti “veri”.
La “popolazione sfruttabile”, infatti, è nettamente più esigua del totale per una serie di considerazioni ovvie. Ci sono gli esclusi dalla forza lavoro per ragioni anagrafiche o per non avere trovato lavoro, quelli che, senza violare alcuna legge, pagano poco o nulla: un plurimiliardario che abbia impiegato il suo patrimonio in titoli di Stato esenti da imposte, per esempio, potrà magari avere un reddito a sei cifre o più e non sborsare un centesimo d’imposte.
Poi ci sono i furbi che, sempre legalmente, grazie ai consigli di esperti di legislazione tributaria sfruttano i mille modi per sottrarre base imponibile alle grinfie del fisco e pagare poco o nulla. Infine ci sono gli evasori propriamente detti che deliberatamente violano la legge e si rifiutano di consegnare al fisco i propri denari. Non sono affatto, a parer mio, tanto numerosi quanto i nostri governi vorrebbero farci creder, ma esistono. Non è vero che le tasse pagate da chi non riesce a evitarlo siano eccessive per colpa degli evasori, anche se non ci fossero loro le tasse sarebbero comunque esorbitanti per l’ovvia ragione che gli appetiti del settore pubblico sono insaziabili: spende tutto ciò che riesce ad arraffare e riesce sempre a lamentarsi della sua inadeguatezza e contrarre nuovi debiti.
Se le spese pubbliche totali non crescessero più del reddito i nostri problemi finanziari non sarebbero mai esistiti. Non sto dicendo che la spesa pubblica totale debba sempre diminuire e nemmeno che debba crescere non più dell’inflazione (sarebbe troppo pretendere di questi tempi!) ma che basterebbe che il rapporto fra essa e il reddito nazionale restasse costante per risanare i conti pubblici.
Il nostro settore pubblico finora ha evitato la bancarotta perché l’Italia privata spende poco, risparmia e presta i propri denari allo scialacquatore pubblico. Questo non significa che “tutto vada ben madama la marchesa”, come vorrebbe farci credere chi chiede che nel computo dei parametri europei si tenga conto anche del debito privato. E’ il settore pubblico a essere dissestato ed è sempre lui a mettere a repentaglio la stabilità della moneta europea, non speri di sottrarsi alle sue responsabilità chiamando in causa il comportamento esemplare dei privati cittadini.
Facciamo, dunque, finta che il giorno dell’indipendenza personale cada davvero il 23 giugno e festeggiamolo, ma non illudiamoci: se non lo riformiamo, questo Stato lo farà slittare, anno dopo anno, fino a farlo cadere il 31 dicembre.

Antonio Martino, 21 giugno 2010