Vittimismo ingiustificato

Domenica 6 febbraio in un articolo di prima pagina sul Sole 24 ore Giuliano Amato denuncia “il profluvio di dichiarazioni, articoli, anatemi e scongiuri” che si sarebbe scatenato attorno alla sua idea di imposta una tantum. Denuncia anche di essere stato fatto oggetto “com’è normale in questa Italia rissosa, di dileggio personale e di excursus biografici volti a confermare che il vecchio Dracula è ancora malauguratamente fra noi.” L’articolo è opportunamente titolato “Patrimoniale: pena di morte per chi vuole discuterne?”
Conosco Giuliano Amato da molto tempo, insegnavamo entrambi nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Roma (oggi “La Sapienza”) e mentirei se negassi di avere provato stima e simpatia per lui. Una cosa ci ha sempre divisi: il rispetto delle competenze. A me non verrebbe mai in mente di avventurarmi a trattare temi di diritto pubblico, Amato invece non si sottrae alla tentazione di pontificare di questioni attinenti la politica economica quando non addirittura l’analisi economica. Dal momento che ritengo che egli avesse in mente l’articolo da me dedicato alla sua proposta di introdurre un’imposta patrimoniale (lo ammetto: sono colpevole di avere ricordato episodi imbarazzanti per Amato, “excursus biografici” per dirla con lui), vorrei rassicurarlo: non avevo intenzione alcuna di demonizzarlo né auspico che venga ghigliottinato sulla pubblica piazza.
Sempre Il Sole 24 ore aveva pubblicato (sabato 5 febbraio) il parere del senatore Nicola Rossi e mio sul tema (“Una patrimoniale senza ragione alcuna”). Nicola Rossi milita nel Pd, io nella maggioranza, la nostra collocazione politica è quindi agli antipodi; tuttavia, Nicola ed io abbiamo in comune il fatto di occuparci professionalmente di economia. I nostri due corsivi erano quasi identici: senza sapere l’uno dell’altro, sostenevamo la stessa tesi e con le medesime motivazioni. La cosa dovrebbe suggerire che quanto abbiamo in comune è più rilevante di ciò che ci divide. Stando così le cose, non credo sia esagerato sostenere che l’economia è una disciplina scientifica: come due matematici, anche se di opinioni politiche antitetiche, concordano sui teoremi della loro scienza, due economisti di visioni politiche contrastanti possono essere d’accordo su proposte di politica economica. Del resto, lo stesso Amato concorda sul fatto che le critiche alla sua proposta sono state, se non unanimi, certo assai diffuse: persone diverse, con motivazioni a volte uguali, hanno criticato l’idea. Non sarebbe, quindi, stato più prudente astenersi dall’entrare in un campo non di sua competenza?
Amato sostiene che la crescita della spesa per interessi impedisce allo Stato di dedicare risorse a scopi importanti (fra i quali stranamente include “il ricambio di un personale pubblico sempre più invecchiato”, quasi che le tendenze demografiche negative e la generosità del nostro sistema pensionistico fossero invenzioni di una mente crudele!). Da qui la necessità di reperire risorse, di “usare un po’ della ricchezza dei più ricchi per abbassare il debito”. Come giustamente rileva Rossi, non è vero che lo Stato sia privo di risorse; è vero, invece, che non ne ha mai avute tante: la spesa pubblica assorbe la metà del reddito nazionale!
Temo che il mio (ex?) amico Giuliano Amato abbia sciupato un’ottima occasione per tacere, sottraendosi all’accusa di superficialità e irresponsabile violazione del principio di competenza. Un’imposta patrimoniale, peraltro addirittura quantificata, non risolverebbe nessuno dei problemi esistenti e ne creerebbe di nuovi, gravissimi. Per risanare le pubbliche finanze bisogna ridurre le spese pubbliche totali; ciò non è possibile fare, come incomprensibilmente ritiene Tremonti, agendo solo su quella parte delle spese che il governo è in grado di controllare a legislazione invariata: è una percentuale troppo piccola del totale. Bisogna modificare la legislazione che comporta spese incontrollabili, dobbiamo cioè riformare lo “Stato sociale” – sanità, previdenza, enti locali, aziende municipalizzate – e blaterare di “macelleria sociale” non ci sottrae all’obbligo di farlo se vogliamo salvare l’Italia, impedendone la bancarotta.
Il guaio di credere che tutti possano vivere sulle spalle degli altri è che gli altri prima o poi finiscono. Se dimentichiamo questa ovvietà thatcheriana non usciremo mai dai nostri guai. Lo Stato non può spendere denaro che non ha e, come i casi di Grecia, Portogallo e Irlanda confermano, anche la possibilità di fare debiti alla fine si esaurisce. Chi vuole davvero che il debito diminuisca, invece di proporre nuove imposte che servirebbero solo a finanziare nuove spese, chieda che sia dismesso l’enorme patrimonio pubblico e che il ricavato sia usato per ritirare titoli del debito pubblico.

Antonio Martino, 8 febbraio 2011