Fare sacrifici serve?

Nell’antichità si era convinti che sacrificare agli dei animali o esseri umani servisse a propiziarseli, a ottenerne i favori. Le religioni moderne, specie la nostra, sostengono che la sofferenza personale e il sacrificio purifichino, siano cioè un modo per espiare i nostri peccati, per mondarci dalle nostre colpe. Siamo passati dal sacrificare altro a nostro vantaggio a sacrificare noi stessi. Non sono la persona più adatta a giudicare questi problemi, mi limiterò quindi a chiedermi se la pratica del sacrificio possa essere utile in economia.
E’ una domanda che mi sono già posto molti anni fa in circostanze analoghe alle nostre: il 6 novembre 1976 il Giornale nuovo (si chiamava così allora ed era diretto da Montanelli) pubblicò un mio articolo intitolato “Fare sacrifici serve all’economia italiana?”. Quasi trentacinque anni dopo lo stesso quesito si pone, e negli stessi termini. Il nostro Paese è percorso da un’irresistibile voglia di autoflagellazione nel convincimento che solo così, punendo adeguatamente i nostri peccati, potremo evitare l’ira degli dei, superare il momento avverso, redimerci e potere riprendere la nostra vita di sempre, con le sue gioie, i suoi dolori e i peccati cui tanto teniamo.
Basta scorrere i titoli dei quotidiani, sono un’esaltazione della virtù fatta di dolorose rinunce, duri sacrifici ed elogi della espiazione. Naturalmente non in modo indiscriminato: a soffrire non dobbiamo essere noi o quelli che ci stanno simpatici ma altri, possibilmente lontani dai nostri interessi diretti o indiretti e preferibilmente molto antipatici. Le variazioni sono innumerevoli ma il tema è immancabilmente uno solo: a sinistra s’individuano nei ricchi e nei potenti i naturali destinatari della furia sacrificale, a destra si scelgono sempre ricchi e potenti ma possibilmente lontani dalle nostre simpatie politiche.
A pensarci bene non ci siamo allontanati molto dal mondo dell’antichità. Anche oggi si tratta di immolare qualcosa a una divinità, certamente diversa da quelle antiche ma non molto distante da esse: il Leviatano, lo Stato ipertrofico e insaziabile che divora tutto ciò che i suoi sudditi producono. Per saziare questa bestia incontentabile è necessario sacrificarsi, solo i nostri sacrifici possono tenerlo in vita immutato e irredimibile per la soddisfazione generale.
Il 2 giugno scorso il Wall Street Journal ha pubblicato un articolo di Philippe Simonnot, economista francese, nel quale l’autore sostiene che “L’autodistruzione del welfare state, che si traduce in meno nascite e più disoccupati, meno risparmi e più tasse, non è meno prevedibile dopo due o tre generazioni di quanto sia stato il fallimento del sistema sovietico e, che i politici lo neghino o no, i mercati lo sanno benissimo e ne tengono conto”. In realtà i politici sanno bene che il giorno della resa dei conti sta arrivando.” Ma, conclude Simonnot, invece di impegnarsi nella riforma dell’esistente, continuano a tentare di proteggerlo. La loro dovrebbe essere descritta come “una battaglia di retroguardia combattuta con le spalle al muro.”
I sacrifici che ci vengono richiesti servono solo a guadagnare tempo, a rinviare per quanto possibile ogni modifica, anche la più urgente, allo sterminato sistema di trasferimenti che chiamiamo stato assistenziale. Esso si sostanzia molto semplicemente nel prendere a Paolo con la scusa di dare a Pietro ma in realtà per arricchire i “trasferitori” che arraffano la maggior parte delle tasse gravanti su Paolo, destinando a Pietro, quando se ne ricordano, solo poche briciole del bottino complessivo. Provate a dividere la spesa “per prestazioni sociali” per la metà della popolazione italiana e scoprirete che se effettivamente andasse al 50% meno fortunato dei nostri concittadini li farebbe ricchi; oppure chiedetevi se, destinando la metà della spesa sanitaria complessiva al 50% più povero della popolazione non sarebbe agevole dotare ognuno dei beneficiari di un’assicurazione sanitaria onnicomprensiva in grado di coprirli dalle spese mediche di ogni tipo. Ciò non viene non dico proposto ma nemmeno pensato per l’ovvia ragione che non è l’aiuto ai nostri concittadini meno abbienti il vero scopo del welfare state ma l’agiatezza di quanti, politici e burocrati, vivono alle spalle dell’industria dell’assistenza.
“La democrazia smette di esistere quando porti via a chi ha voglia di lavorare e dai a chi non ne ha”, sosteneva Thomas Jefferson. Non solo la democrazia finisce ma anche le nostre libertà ed il nostro benessere; dobbiamo decidere cos’è più importante se continuare a nutrire il Leviatano assistenzialistico o riappropriarci del nostro benessere, delle nostre libertà e della nostra vita democratica.

Antonio Martino, 7 giugno 2010