Miti immortali, da Il Tempo del 2 Agosto 2011

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Nel nostro paese prevale da molti decenni l’idea che la politica è la causa dei nostri guai e che solo i tecnici possono rimediare ai guasti combinati dagli eletti dal popolo. Questa tesi è stata recentemente (Corriere, 1° agosto) bollata per la sua insensatezza da Angelo Panebianco in un editoriale molto bello. Per la verità, come lo stesso Panebianco ricorda, se la tesi non è nuova, anche le sue stroncature hanno una lunga storia.
Persone di diverse opinioni ne hanno indicato l’insensatezza. Per esempio, se Luigi Einaudi metteva in dubbio l’esistenza del tecnico imparziale, privo di opinioni politiche, Croce sosteneva che “L’idea di un governo tecnico alberga da tempo nella mente degli imbecilli.” Forse la più esplicita condanna è stata fatta con queste parole: “I governi cosiddetti amministrativi o tecnici sono sempre stati i governi più seriamente e pericolosamente politici che il Paese abbia avuto. Il loro preteso agnosticismo è servito sempre e soltanto a coprire, a consentire o a tentare le più pericolose manovre contrarie alle necessità e agli sviluppi di una corretta vita democratica. (…) “Governo di affari, dunque, e dopo di esso un mutamento non nel senso limpidamente indicato dalla consultazione elettorale, ma nella direzione opposta.” Queste parole sono state pronunziate da Palmiro Togliatti alla Camera il 9 luglio 1963.
L’idea che i problemi dell’Italia abbiano cause politiche ma possano essere risolte magari in un campeggio estivo da esperti indicati dal governo e dalle “parti sociali” indica la spaventosa incomprensione della natura dei nostri problemi. Cominciamo con un’ovvietà assolutamente indiscutibile: nessun paese al mondo ha mai avuto i conti pubblici in ordine ed un tasso di crescita soddisfacente quando la spesa pubblica supera il 40% del reddito nazionale. Noi siamo a oltre il 51%.
Esiste una letteratura e un’impressionante mole di documentazione empirica che dimostrano aldilà di ogni ragionevole dubbio che tassi di crescita pari o superiori al 5% sono possibili quando la spesa pubblica non supera il 35% del reddito nazionale (la nostra esperienza negli anni Cinquanta - sessanta del secolo scorso lo conferma).
Quando la spesa delle amministrazioni pubbliche supera il 40% del prodotto interno lordo, il tasso di crescita si riduce fino a livelli insignificanti (anche in questo caso l’esperienza italiana è conforme). Chi crede davvero nella necessità di rilanciare l’economia italiana e di riprendere la via della crescita, quindi, ha il dovere di indicare come si possa ricondurre il pubblico al di sotto del 40% del pil, in modo di consentire al 60% privato di investire, risparmiare, assumere e produrre.
Come altra volta indicato da queste colonne, per ridurre le spesse pubbliche le manovre correttive non servono, sono necessarie riforme. Il vero contrasto oggi è fra chi vuole tenere in piedi senza modifiche il welfare all’italiana – costosissimo, inefficiente e corrotto . e chi invece ritiene che lo sviluppo dell’Italia sia ben più importante del mantenimento in vita di un apparato degno del peggior cattocomunismo, un’autentica farneticazione statalista.
Fomentare l’invidia tentando di far credere a chi non ha che la colpa dei suoi problemi sono i privilegi di chi ha troppo, cioè i politici, è semplicemente privo di senso: stiamo parlando di quantità e, così come non è possibile prosciugare un oceano usando un secchio, non saranno certo i “sacrifici” dei politici a risanare le pubbliche finanze, lasciando in piedi un marchingegno che dilapida oltre la metà del reddito nazionale.
Quanto a chi paventa che le riforme del welfare siano “macelleria sociale” abbia la compiacenza di dire con chiarezza cosa l’espressione significa e perché guai incalcolabili alla società dovrebbero scaturire dalla drastica riduzione delle amministrazioni locali, dall’innalzamento dell’età pensionistica per tutti, o dallo sbaraccamento di quell’indifendibile mostro che è il servizio sanitario nazionale.
Dal lato della conservazione sta gran parte delle sinistre, che si trastullano con l’illusione che un’imposta patrimoniale a carico dei ricchi possa consentire il mantenimento dello status quo, e l’establishment della grande industria, ansiosa di predicare libertà e concorrenza per gli altri ma praticare interventi pubblici e sussidi a favore proprio, e il grande sindacato che ha interesse a conservare lo status quo fatto di pensionati in età relativamente giovane da loro rappresentati e giovani disoccupati non rappresentati da nessuno.
Vorrei ricordare ai conservatori che non si può sempre vivere a spese degli altri … perché gli altri prima o poi finiscono! Abbiamo già superato quel limite, è ora di tornare indietro verso una società meno burocratizzata e più libera.

Antonio Martino, 2 agosto 2011